Fca-Renault, mancato accordo per motivi politici

06 giu 2019

È forse ancora presto per dire se il matrimonio fra FIAT Chrysler e Renault sia definitivamente naufragato, di sicuro però lo scambio di anelli non è più all'orizzonte, dopo che la casa automobilistica italo-americana ha fatto un passo indietro di fronte al nuovo tentativo del gruppo francese di prendere tempo. Il motivo, col quale Fca ha ritirato la proposta di fusione da oltre 30 miliardi, avanzata poco più di 10 giorni fa, non è di tipo industriale ma, come messo nero su bianco in un comunicato, politico. Per capire perché si chiami in ballo il Governo di Parigi bisogna ricordare che lo Stato francese è il principale azionista di Renault, ma anche che la società della Losanga è da molti anni legata a doppio filo con Nissan, con partecipazioni incrociate e patti basati sulla reciproca non ingerenza sulla gestione interna. Il governo transalpino dice però di non essere riuscito ancora ad assicurarsi il sostegno di Nissan, che controlla fra gli altri Mitsubishi, che non sia cioè arrivato il sì giapponese alle nozze. Un coinvolgimento della multinazionale del Sol Levante permetterebbe di creare il primo gruppo mondiale al mondo dell'auto, con oltre 15 milioni di veicoli venduti all'anno. Inoltre appare strategico perché aprirebbe a Fca e Renault il mercato asiatico. Senza i giapponesi l'operazione presenterebbe consistenti difficoltà e avrebbe un perimetro più limitato. Nel comunicato del Ministro delle finanze, Bruno Lemar, si sottolinea quindi come la mancanza del sostegno di Nissan sia l'unica delle 4 condizioni che non è stata soddisfatta per trovare l'accordo definitivo sulla fusione con Fca. Parigi ammette di aver avuto rassicurazioni sulla tutela dei posti di lavoro e degli stabilimenti francesi, nonché sul suo ruolo nella gestione del gruppo che sarebbe nato dal matrimonio. Per avere l'avallo dal Giappone il Governo transalpino ha chiesto a Fiat Chrysler altro tempo, un ritardo che però ha indotto il gruppo italo-americano a ritenere che le condizioni politiche non consentano di andare avanti.

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