La Lega studia l'estensione della pace fiscale

31 mag 2019

La Lega scommette sulla pace fiscale, annunciando la sua riapertura da fine Luglio e assegnandole il ruolo di stampella per finanziare parte della flat tax, la riforma che ha l'obiettivo di abbassare le tasse a famiglie e imprese. Il presupposto che muove il Carroccio è che il nutrito pacchetto di sanatoria, alle quali si poteva aderire entro il 30 Aprile, porterà molti più soldi del previsto. "21 miliardi in cinque anni" dice il Sottosegretario all'Economia Massimo Bitonci, che così dà un orizzonte alle parole di Matteo Salvini che aveva parlato di decine di miliardi. Tanto ottimismo si basa sul consistente numero di domande presentate, 1,7 milioni, la maggior parte per la rottamazione ter, ma i documenti ufficiali del Governo sembrano più cauti. C'è da dire innanzitutto che non tutte le forme di condono portano quattrini, anzi alcune, come la cancellazione delle micro-cartelle, sono un costo per lo Stato. Secondo le stime del Governo, messe nero su bianco nel Documento di Economia e Finanza, dall'intera pace fiscale si attendono 4,4 miliardi in tre anni. Una cifra che scende a solo un miliardo nel 2019. La rottamazione, cioè la possibilità di mettere una pietra sopra a tasse non versate non pagando sanzioni e interessi, sempre secondo queste previsioni, frutterà 2 miliardi e mezzo alla fine del 2021 e rappresenta il piatto più ricco dell'intero menu delle sanatorie gialloverdi. Se allarghiamo l'arco temporale fino al 2023 le stime parlano di circa 11 miliardi. In pratica la Lega è dell'idea che gli introiti della pace fiscale alla fine, cioè dopo cinque anni, saranno quasi il doppio del previsto. Il Partito di Salvini non vuole, però, limitarsi a prorogare le attuali sanatorie, ma introdurne di nuove. Allo studio ci sarebbe l'estensione del saldo e stralcio, finora valido solo per le famiglie in difficoltà, alle imprese, nonché la riproposizione della misura saltata a ottobre, quella che farebbe emergere fino a 100.000 euro per una quota non superiore al 30% di quanto dichiarato, pagando solo il 20% del dovuto. Un condono che in autunno fece infuriare Luigi Di Maio e che finì per essere depennato.

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