Previdenza integrativa, crescono gli iscritti

28 giu 2019

Uomo, tra i 45 e i 55 anni, residente al Nord. È questo il ritratto tipo di chi ha deciso di aderire a una qualche forma di previdenza complementare per affiancare una rendita privata all'assegno pubblico che si riceverà una volta lasciato il lavoro. E' quello che emerge dalla Relazione annuale della Covip, l'autorità che vigila sui fondi pensione. Le possibilità sono molteplici. Si può sottoscrivere un piano pensionistico individuale con una compagnia assicurativa oppure si può aderire a un fondo pensione chiuso, cioè gestito anche dai sindacati, o aperto, gestito da banche e assicurazioni. Le differenze tra uno strumento e l'altro possono essere notevoli, intanto per quanto riguarda i costi. Per farsi la pensione di scorta bisogna versare dei contributi che verranno investiti e alla fine torneranno indietro sotto forma di rendita o capitale. A seconda di chi gestisce l'investimento, i costi possono essere più o meno onerosi. Gli strumenti più cari sono quelli gestiti dalle assicurazioni, i più economici sono i fondi pensione chiusi. Meglio controllare dunque, perché, ad esempio, su 100 mila euro di capitale accumulati, un maggior costo dell'1% si traduce nel lungo periodo in una perdita di 18.000 euro. Quanto ai rendimenti, nell'arco degli ultimi vent'anni i più remunerativi si sono dimostrati i fondi chiusi. Per i contributi da versare, da più di 10 anni a questa parte si può utilizzare anche il TFR e ci sono delle agevolazioni fiscali. L'idea era di rilanciare la previdenza integrativa, missione in parte riuscita: dai 3 milioni del 2005 gli iscritti oggi sono passati a 7,9 milioni. Inoltre i soldi gestiti rappresentano circa il 7,5% del Pil contro il 3% del 2005, dunque un balzo in avanti c'è stato, ma siamo ancora lontani, anzi, lontanissimi, dalla media degli altri Paesi Ocse. E non mancano le criticità. Chi smette di versare soldi perché magari ha perso il lavoro o il fatto che, tra gli iscritti, giovani e donne, le categorie che rischiano di avere carriere più discontinue e quindi pensioni pubbliche più basse, sono in netta minoranza.

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