Risiko bancario, cosa spinge gli istituti ai matrimoni

18 feb 2020

Con le mire di Intesa Sanpaolo su UBI, il mondo del credito va in ebollizione perché l'operazione potrebbe rimescolare le carte in un settore, quello finanziario, essenziale, considerando che parliamo di chi per mestiere presta denaro a famiglie e imprese. Da tempo le maggiori autorità bancarie, compresa la Bce spingono verso aggregazioni e collaborazioni anche tra paesi diversi. Si tratta di una necessità percepita, ovviamente, anche da chi queste società le dirige, dovuta a una serie di fattori, dal basso costo del denaro alla forte concorrenza del digitale, passando per una struttura, quella bancaria italiana, ancora piuttosto frammentata. A 10 anni dalla crisi dell'euro gli istituti nostrani hanno perlopiù ripulito i bilanci dai crediti deteriorati, cioè i prestiti che non riuscivano a riscuotere e il risultato è stato il rafforzamento dal punto di vista patrimoniale, a fronte però di un aumento dei costi, col risultato che i profitti che riescono a portare a casa rimangono bassi, anche perché i tassi d'interesse, rasoterra da lunghissimo tempo per stimolare l'economia, danno pochi guadagni alle banche. Non c'è solo questo però, il dilagare in questo settore soprattutto per quanto riguarda i pagamenti di società che non sono le classiche banche con lo sportello e che operano via internet, ha messo in crisi il modello tradizionale, un modello che, come ha ricordato di recente il governatore di Banca d'Italia, ha ormai rendimenti contenuti e così la spinta a unirsi, per avere le spalle più grandi, in un contesto così competitivo, fa ripartire il cosiddetto risiko. Ma quante sono le banche nel nostro Paese? Il conto non è agevole, perché molti istituti sono aggregati in gruppi più grandi. La Bce ne calcola 485 per oltre 25.000 sportelli. Dieci anni fa i numeri erano molto più alti. Una cura dimagrante anche di posti di lavoro, che non ha riguardato solo l'Italia e destinata probabilmente a continuare.

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