Scontro su stop al divieto di licenziamento

16 ott 2020

Sembra segnata la sorte del divieto di licenziamento a gennaio. Questa misura, voluta dal Governo per tutelare i lavoratori dall'impatto della crisi causata dalla pandemia, probabilmente non sarà rinnovata. Dal 17 marzo e fino a dicembre le aziende non possono mettere alla porta i loro dipendenti per motivi economici. Questo blocco in realtà è stato ammorbidito da agosto quando è stata introdotta la possibilità di licenziare, dietro incentivo, se l'impresa chiude i battenti, per esempio per fallimento, o se ha esaurito la cassa integrazione, altra misura speciale varata dall'esecutivo. Difficile dire quanti posti abbia salvato il divieto di licenziamento insieme agli altri interventi, fra cui anche la proroga senza causale dei contratti a termine, varati nei mesi scorsi. Il Ministro del tesoro Roberto Gualtieri, che a marzo, con 10 miliardi a sostegno del lavoro, prometteva che nessuno avrebbe perso l'impiego, a luglio stimava in 1 milione e mezzo i posti salvati grazie alle misure del Governo. Sappiamo dagli ultimi dati disponibili che le cose stanno andando meglio negli ultimi tempi, ma il crollo precedente all'inizio della crisi non è stato recuperato. Ad agosto è aumentato il numero di italiani con un impiego, ma ci sono 350 mila occupati in meno rispetto a febbraio, cioè prima del lockdown. A farne le spese soprattutto i giovani e i precari. Il tasso di disoccupazione invece è al 9,7%, un livello più alto di otto mesi fa, dopo che era sceso a causa dell'alto numero di coloro che nei mesi scorsi non cercavano un lavoro. La batosta del Covid poteva essere più dura come sembra suggerire quanto accaduto in molti Paesi all'estero, ma per un bilancio completo forse serve altro tempo. Intanto il divieto di licenziamento, criticato sin dall'inizio dagli industriali, infiamma i sindacati che stimano fino a 1 milione di posti a rischio se sarà cancellato.

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