Se l'ex Ilva chiude conto salato per l'economia italiana

08 nov 2019

Quelli che vedete in queste immagini sono fogli di acciaio arrotolati, bobine o meglio Coil come li chiamano gli addetti ai lavori. Sono la materia prima della grande industria, la base di partenza per costruire automobili, navi, lavatrici, frigoriferi e altri elettrodomestici e in Italia oltre la metà di tutti questi prodotti è fabbricata a Taranto, negli stabilimenti dell'ex Ilva. Si tratta solo di un esempio per capire in concreto perché lo stabilimento dell'acciaio più grande d'Europa sia così importante per il nostro Paese e di come le sorti del polo siderurgico pugliese siano vitali per le imprese manifatturiere, soprattutto quelle del nord. Frenare la produzione o addirittura bloccarla spingerebbe le aziende a rivolgersi ad altri fornitori e non ci sarebbe altra possibilità che cercare all'estero, avvantaggiando così soprattutto i colossi cinesi, russi e turchi che già corrono più veloci dei concorrenti europei perché vendono a prezzi più bassi. La guerra commerciale fra Washington e Pechino, l'aumento dei costi dell'energia, il rallentamento del settore dell'auto, stanno deprimendo il mercato continentale dell'acciaio. L'Italia è il secondo produttore europeo dietro la Germania e undicesimo a livello mondiale e per quest'anno si stima un calo di oltre il 4%. La crisi riguarda tutti. Arcelor Mittal compresa, che dalla scorsa primavera ha ridotto il ritmo dei suoi stabilimenti europei, Taranto inclusa, visto che adesso si parla di circa quattro milioni di tonnellate l'anno e la multinazionale indiana vorrebbe dimezzarne le attività. Ecco perché il conto di un'eventuale chiusura di Taranto sarebbe molto salato. Oltre, come visto, alle ripercussioni sul tessuto industriale nazionale, ci sarebbero contraccolpi sull'occupazione. Compreso l'indotto si parla di 15000 lavoratori, che rimarrebbero senza un posto, con un calo di consumi delle esportazioni e un generale impatto sull'economia in termini di prodotto interno lordo stimato dallo Svimez in tre miliardi e mezzo di euro.

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