Smart working: come le aziende affrontano l'emergenza virus

27 feb 2020

Secondo qualcuno potrebbe essere il più grande esperimento su scala mondiale di lavoro da casa. Nei paesi più colpiti dall'emergenza coronavirus sono migliaia le aziende e milioni di lavoratori che stanno ricorrendo a questo strumento. In Cina lo hanno sfruttato giganti tecnologici come Tenceni e Alibaba, il Governo giapponese lo ha consigliato alle aziende private. In Corea del sud, ricorrono al lavoro flessibile imprese come Samsung, LG, Hyundai. E l'Italia non è da meno. Migliaia di dipendenti nelle regioni dove si è registrato il maggior numero di contagi, dove sono state imposte limitazioni agli spostamenti, in questi giorni, sfruttano uno strumento che nel nostro Paese è regolato dal 2017: lo smart working. Tecnicamente si tratta di una evoluzione del telelavoro. Quest'ultimo prevede che il lavoro fuori dall'azienda sia fatto da una postazione fissa, tipicamente da casa, concordata con la propria società. Lo smart working invece può essere svolto ovunque, con orari flessibili, ma parte del lavoro settimanale dovrebbe comunque avvenire in azienda. Ma il Governo in questi giorni, e fino al 15 marzo, ha reso più elastiche le disposizioni per le imprese nelle regioni più colpite, consentendo di utilizzarlo in modo continuativo e in assenza di accordi già esistenti. In questo modo molte imprese continuano a essere operative. Lo strumento, però, da noi non è ancora molto diffuso, lo utilizzano meno di 600.000 lavoratori su un bacino potenziale di 8 milioni e mezzo. Certo, non tutte le occupazioni si prestano, basti pensare alla manifattura che infatti, in molte aziende della zona rossa, è bloccata. Ma questa potrebbe essere l'occasione per dare una spinta a uno strumento che, secondo chi lo studia, rende i dipendenti mediamente più soddisfatti, consente una migliore gestione della vita privata e, addirittura, riduce i tassi di assenteismo.

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