Solo 4 paesi vogliono i prestiti del Recovery Fund

09 mar 2021

Nessun Paese ha per ora inviato alla commissione europea il proprio recovery plan definitivo per spendere i soldi del Next generation Eu. Le trattative non sono infatti semplici, i documenti devono rispettare le raccomandazioni europee e spendere almeno il 37 e il 20% rispettivamente per l'ambiente e il digitale. Se i piani non convinceranno Bruxelles potranno anche essere rispedite al mittente. Nella riunione dei commissari di circa un mese fa, il cui verbale è stato pubblicato da poco Valdis Dombrovskis, responsabile per l'economia per il commercio ha fornito alcuni aggiornamenti sulla corsa dei paesi europei al recovery fund. Quasi tutti gli stati riusciranno a presentare i piani entro fine aprile e quelli di 9 di loro erano attesi tra la fine di febbraio e l'inizio di marzo. Evidentemente, però, hanno riscontrato alcune difficoltà visto che per ora non è ancora successo. Dombrovskis inoltre ha fornito un'altra informazione rilevante, sarebbero solo 4 o almeno lo erano fino a un mese fa i paesi intenzionati a richiedere i prestiti del recovery fund, Grecia, Ungheria, Slovenia e Italia. Il fondo europeo, infatti, si divide tra i cosiddetti sussidi a fondo perduto finanziati attraverso meccanismi comuni e prestiti che invece i singoli paesi dovranno ripagare direttamente come fanno con i propri titoli di stato, I secondi, evidentemente, appaiono poco attraenti in un periodo in cui i tassi di interesse per prendere a prestito denaro sono ai minimi storici. Quasi tutti, dunque, preferiscono per ora fare da soli per ridurre le condizionalità europee ed evitare la crescita eccessiva dei debiti pubblici. Va detto però che, secondo regolamento europeo, i Paesi potranno richiedere prestiti fino ad agosto 2023. Quindi la scelta di molti potrebbe anche essere dettata dalla volontà di aspettare. L'Italia, intanto, conferma anche negli ultimi giorni che richiederà i prestiti e forse altri paesi potrebbero ripensarci, vista la recente proposta della Commissione di non riattivare il patto di stabilità prima del 2023. Una scelta che potrebbe chiarire dopo l'austerity dello scorso decennio quale sarà la politica economica europea degli anni Venti.

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