Virus, riaperture aziende in base a rischio contagio

17 apr 2020

Non è ancora chiaro quando si riattiveranno le prime catene di montaggio e si riaccenderanno i computer negli uffici che hanno sospeso le attività per l'emergenza coronavirus. Il 4 maggio scadrà il decreto che impone le chiusure e questa potrebbe essere la data per riaprire i battenti. Circola anche l'ipotesi che alcune attività, dalla moda al settore dell'auto, passando dall'industria meccanica ai cantieri, potrebbero partire prima. Quello che sappiamo è che Palazzo Chigi e in particolare la task force governativa guidata da Vittorio Colao sta studiando un piano che tiene conto delle possibilità di contagio tra i lavoratori, un aspetto che preoccupa molto i sindacati. Un elenco stilato dall'INAIL, e non definitivo, censisce quasi 100 attività classificandole per pericolosità. Per esempio è valutato basso il rischio nei campi agricoli, nelle fabbriche di abbigliamento, in quelle metallurgiche e nell'edilizia, medio in quello della ristorazione e del commercio al dettaglio, medio-alto nelle sale scommesse dove si gioca alle lotterie, alto per i servizi sanitari e nel trasporto aereo. La lista è lunga e in ogni caso dovranno essere osservate una serie di misure per salvaguardare la salute. Le aziende saranno obbligate a garantire la distanza tra i lavoratori, il loro scaglionamento in turni per limitare i contatti, la fornitura di guanti e mascherine, il maggior ricorso possibile allo smart working e la presenza di un medico per le imprese più grandi. In tutto questo c'è da considerare almeno due aspetti di difficile soluzione: la sicurezza per chi viaggia in autobus, tram e metropolitane; la chiusura delle scuole e la gestione dei figli. Insomma, un percorso complicato che in ogni caso rivoluzionerà il modo di lavorare per un gran numero di italiani. Secondo l'Istat, infatti, sono chiuse poco meno della metà delle imprese e coinvolti circa 7 milioni di addetti. I consulenti del lavoro fanno un primo bilancio degli effetti economici sulle famiglie: per oltre 3 milioni e mezzo di persone è venuta a mancare l'unica fonte di reddito.

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