Caos Libia, lanciata la controffensiva 'vulcano di rabbia'

La battaglia per il controllo su Tripoli si combatte colpo su colpo. La controffensiva “vulcano di rabbia”, lanciata da Fayez Al Sarraj col sostegno delle milizie di Misurata ha consentito al Governo di accordo nazionale di riprendere il controllo dell'aeroporto, della strada verso Tarhuna e della zona di Al-Hira, costringendo Khalifa Haftar, il traditore, come lo ha definito Al Sarraj ad una battuta di arresto. Se Haftar tiene aperto lo scontro bombardando parte della periferia di Tripoli, gli uomini di Bunian al Marsus, la coalizione di milizie che nel 2017 ha sconfitto il Daesh a Sirte, lo ha costretto a ritirare le sue postazioni, spingendosi fino a Jufra, l’area nel cuore del Paese di cui l'uomo forte della Cirenaica ha bisogno per ricevere i rifornimenti da est. A più di 48 ore dall'inizio di quello che doveva essere l'assedio finale su Tripoli, l'autoproclamato esercito nazionale insomma non sfonda e i suoi uomini sono fermi a non meno di 25 km dalla Capitale, ma gli appelli della comunità internazionale, per una tregua umanitaria che consenta di evacuare civili e feriti per ora restano inascoltati. Dal fronte di guerra a quello politico la situazione non è meno fluida. Il Vicepresidente del Consiglio, Alì Al Qatrani ha annunciato le sue dimissioni esprimendo pieno sostegno all'operazione di Haftar. Lo rende noto il quotidiano Asharq Alawsat, riportando dichiarazioni dello stesso scadranno Al Qatrani, secondo cui Al Sarraj è controllato dalle milizie e occorre liberare Tripoli dalle bande terroristiche e criminali. Per Khalifa Haftar, ex fedelissimo di Gheddafi, poi agente della CIA e che oggi gode del sostegno di vari sponsor internazionali, questa potrebbe essere l'ultima occasione di governare la Libia. Per il momento la comunità internazionale si limita ad invocare una de-escalation e resta ad osservare. il Generale può costituire un'alternativa al caos e alle milizie armate che da anni si contendono il Paese, ma per preservare la legittimità interna e di chi lo sostiene, non può permettersi un bagno di sangue.


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