Kirghizistan, patria presunto kamikaze di San Pietroburgo

Catene montuose con picchi sopra i 3.000 metri, ghiacciai perenni alternati ad aree di pianori e valli, in cui è concentrata la principale attività del Paese: l’agricoltura. Insediamenti urbani di stampo sovietico, dove vive la maggioranza della popolazione di origine russa, mentre gli altri sopravvivono all’interno di yurte in stile mongolo. A un primo sguardo è difficile distinguere il Kirghizistan dalle altre Repubbliche dell’Asia centrale. Come una sorta di fotocopia, la sua storia, in un continuo susseguirsi di autoritarismo e rivolte, e scontri tra le etnie e un islam radicale strisciante, che catalizza il dissenso popolare. Collocato al centro della regione come una sorta di ricciolo, tra Uzbekistan, Tagikistan e Cina, il Kirghizistan è il prodotto del collasso dell’impero sovietico, il tipico stato-cerniera, in cui le culture turco-mongola, araba e persiana, si sono scontrate e mescolate in una miscela esplosiva, cosicché i conflitti tra le etnie, quella kirghisa dominante, con gli uzbeki e i tagiki, principalmente, ma anche gli uiguri e i russi sono una costante della sua storia. I conflitti etnici non si fermano nemmeno con l’indipendenza del Paese, nel 1990. Viene quindi eletto il primo Presidente, Askar Akayev, ma fedele a un copione già scritto per tutte le repubbliche ex sovietiche, seguono accuse di corruzione e autocrazia. Nel 2005 lo sostituisce, a seguito della cosiddetta Rivoluzione dei tulipani, Kurmanbek Bakiyev, ma le cose non vanno meglio. Bakiyev è rimpiazzato nel 2010, a seguito di un colpo di Stato, da Roza Otunbayeva. L’instabilità arriva comunque a livelli incontenibili, tanto che si teme il collasso del Paese. Nel giugno dello stesso anno, nella città di Osh, si arriva a violenti scontri tra kirghisi e uzbeki, che provocarono centinaia di morti e decine di migliaia di profughi. Nel 2011, la Otunbayeva non si ripresenta alle elezioni, spianando la strada ad Almazbek Atambayev, attuale Capo di Stato. In questo contesto gli ulema radicali hanno vita facile per arruolare gli aspiranti foreign fighters e gli shahid, i martiri. Non a caso, i kirghisi costituiscono una buona pattuglia nel commando di Abu Bakr al-Baghdadi, il califfo nero.


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