Russiagate, Mueller: mio rapporto non scagiona Trump

“E' un Donald Trump che canta vittoria, quello che commenta al caldo le 7 ore di audizione al Congresso del procuratore speciale che il Russiagate, Robert Mueller. In realtà il momento della verità per l'uomo che ha guidato per quasi due anni le indagini sulle ingerenze della Russia nelle elezioni del 2016, non ha consegnato ai democratici le rivelazioni scioccanti che forse speravano. Mueller infatti ha rifiutato di rispondere a oltre 200 domande ed ha rimandato più volte alle quasi 450 pagine sul rapporto, ma certamente consolidato alcuni dei loro sospetti. A partire dalle battute, in cui Mueller ha dichiarato che di fatto le sue indagini non scagionano completamente il Presidente, non escludendo che sia possibile incriminarlo alla fine del suo mandato, dato che al momento, nel rispetto delle linee guida del Dipartimento di giustizia, non si può procedere contro un Presidente in carica. Meuller ha comunque confermato che dalla sua inchiesta non emerge collusione fra l'entourage di Trump e la Russia, ma ha voluto ammonire sulle ingerenze di Mosca nelle elezioni del 2016, che potrebbero riproporsi ancora più pericolosamente in futuro. Diversa è la riflessione da fare sull'ostruzione alla giustizia, su cui non a caso i democratici hanno insistito ieri, rileggendo in aula i passaggi del rapporto in cui Mueller racconta come Trump abbia provato a rimuoverlo dal suo incarico, portando Mueller a ricordare che nonostante le numerose richieste al suo ufficio il Presidente abbia sempre rifiutato di sottoporsi alle domande del pool investigativo. Da parte loro i repubblicani hanno contrattaccato, provando con le loro domande a mettere anzitutto in dubbio la credibilità di Mueller e l'imparzialità della sua inchiesta. Accuse a cui il procuratore ha ribattuto precisando che la sua non è e non è mai stata una caccia alle streghe.


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