Attentato a Istanbul, le rotte del terrorismo panturco

17 gen 2017

Suona amaramente ironico, di questi tempi, pensare al sogno di una nazione panturca, che tanto spazio occupa nella mente del presidente turco Recep Tayyip Erdogan. La Turchia del moderno sultano, ormai da anni, guarda più ad Oriente che ad Occidente. Sempre più frequentemente, la retorica di Ankara rievoca quella che, ai tempi dell’Impero Ottomano, veniva definita con una parola, la turchicità, ovvero quell’ideale Nazione che unisce tutti i popoli turcofoni. Amaramente ironico, dicevamo, perché il filo rosso che lega la Turchia a Azerbaijan, Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan e Turkmenistan fino ad arrivare alla regione Uiguren dello Xinjiang in Cina sembra parlare, stando anche agli ultimi fatti di cronaca, soprattutto la lingua del terrore, la lingua del Califfato. Proprio in nome di questa turchicità, infatti, i confini tra questi Paesi sono estremamente permeabili. Non sono necessari i visti, ad eccezione degli uiguri, che hanno passaporto cinese, e una base comune della lingua rende più facili spostamenti e logistica. Sfruttano questa rotta anche jihadisti provenienti da un altro Stato ex sovietico, come l’Afghanistan. Se a tutto ciò si aggiunge che il Paese anatolico confina per centinaia di chilometri, costellati da catene montuose, con Siria e Iraq, si comprende facilmente perché gli attentati terroristici siano stati decine in Turchia solo nell’ultimo anno e non unicamente di matrice islamica, ma riconducibili anche all’irredentismo curdo.

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