Birmania, esodo dalla vecchia capitale Yangon

16 mar 2021

Scene così non si vedevano dai tempi di Pol Pot, quando i khmer rossi dopo il loro trionfale arrivo a Phnom Penh, la capitale della Cambogia, provocarono l'esodo forzato di milioni di persone. Ora a fuggire sono i cittadini birmani quelli che abitano nella vecchia capitale Yangon, teatro di sanguinosi scontri nei giorni scorsi, ora scolpita da una legge marziale che autorizza i militari a sparare sui dimostranti. Da stamane decine di migliaia di persone stanno abbandonando la città, a volte inseguiti dai militari e spesso costretti a fermarsi per le barricate erette dai dimostranti che, nonostante il bilancio delle vittime civili sia ormai salito a circa 200 persone, non accennano a fermarsi. E anche oggi la rabbia dei manifestanti si è rivolta contro fabbriche e botteghe gestiti dai cinesi, considerati ispiratori del golpe e alleati del regime. Ma il regime non sembra preoccuparsene. Oggi TV e radio nazionali hanno trasmesso continuamente il messaggio dei militari: Corte marziale per chiunque venga arrestato e condanna immediata ad almeno 3 anni di lavori forzati. Nessuna notizia ancora di Aung San Suu Kyi che secondo fonti ben accreditate dovrebbe essere ancora rinchiusa presso la sua residenza ufficiale di Yangon. Mentre Stati Uniti, Europa e Giappone continuano a condannare il regime, minacciando nuove sanzioni, una risoluzione dell'ONU è stata di nuovo bloccata da Russia, Cina, Vietnam e India, che con la Birmania condivide una lunga frontiera che vede già centinaia di profughi attraversare il fiume Qiao.

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