Shireen Abu Akleh, reporter e inviata di punta di Al Jazeera, 25 anni di carriera alle spalle, è morta sul campo vittima della pioggia di fuoco che esplodeva attorno a lei tra palestinesi ed Esercito israeliano a Jenin, città palestinese nella Cisgiordania settentrionale. Colpita da un proiettile nonostante indossasse il giubbotto blu con la scritta PRESS: il segnale che avrebbe dovuto farle svolgere il suo lavoro in sicurezza. Inutile il tempestivo intervento dei colleghi palestinesi quando è arrivata in ospedale Shireen, 51 anni, era già morta. Adesso restano le lacrime, i video, le accuse reciproche. "Un crimine atroce" attraverso il quale si vuole impedire ai media di svolgere il loro lavoro, l'immediata reazione di Al Jazeera. La nostra giornalista, prosegue il canale all news in un comunicato, è stata colpita alla testa intenzionalmente dalle forze di occupazione israeliane, in violazione delle leggi internazionali. Immediata anche la condanna del Presidente palestinese Abu Mazen ritenendo il Governo israeliano pienamente responsabile di questo atroce crimine. Diametralmente opposta la versione degli israeliani che sull'accaduto hanno aperto un'indagine, offerto al Governo palestinese la possibilità di effettuare un autopsia congiunta, proposta però respinta. Gerusalemme replica duramente alle accuse. "Il presidente palestinese, dice Naftali Bennett, punta il dito contro Israele senza prove solide." Sulla base dei dati a nostra disposizione c'è una probabilità da non scartare che palestinesi armati che sparavano in modo selvaggio abbiano provocato la dolorosa morte della giornalista. Da settimane vanno avanti gli scontri in Cisgiordania, attacchi che hanno provocato finora decine di vittime in entrambi i fronti.























