Conferenza sulla Libia, la testimonianza di un trafficante

23 giu 2021

"Volevo solo lavorare e trovare i soldi per aiutare i miei fratelli che sono rimasti in Nigeria. Per questo sono partito, volevo solo poterli aiutare". Nei primi cinque mesi dell'anno sono circa 10 mila i migranti e i rifugiati intercettati dalla Guardia Costiera libica e riportati indietro, a Tripoli. 650 le persone che, invece, non ce l'hanno fatta e sono morte nel tentativo di attraversare il Mediterraneo. Mentre l'Europa stenta a mostrare unità e solidarietà, nella gestione del fenomeno migratorio, le agenzie delle Nazioni Unite continuano a ribadire che la Libia non possa essere considerata un porto sicuro. E rinnovano l'appello affinché le autorità libiche garantiscano alle Organizzazioni umanitarie un maggiore accesso nei 17 centri di detenzione gestiti dal Ministero dell'Interno di Tripoli. Questo è il centro di detenzione di Tarik al Sikka, i funzionari del ministero mostrano le procedure ufficiali di registrazione dei migranti. "Questo è uno dei nostri registri, ci sono i dati dei migranti che arrestiamo ai Checkpoint o in città e anche quelli che prendiamo in mare. Segniamo le impronte digitali e i loro dati per tenere una lista. Dividiamo le liste per nazionalità. Poi su una colonna annotiamo i nomi e su una scriviamo se erano in possesso di documenti oppure no". La realtà descritta dai migranti in stato di detenzione racconta però un altro lato della storia. "Sono qui da due anni in questo centro. Non arrivano medici, non abbiamo abbastanza cibo né acqua né medicine". "Se non ci vogliono mandare in Europa che ci rimango a casa, ma non vogliamo più stare qui. Volevamo solo una vita migliore, non vogliamo più stare qui".

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