Covid, l'emergenza in Spagna

23 ott 2020

Per capire come si muove il virus e quali restrizioni eventualmente prendere uno degli indicatori da guardare con più attenzione è la percentuale di letti occupati in terapia intensiva, perché è su quel fronte che si capisce se il sistema sanitario può reggere o no. Cosa ci dice l'esempio dei Paesi dove la seconda ondata è scoppiata prima che da noi? Prendiamo la Spagna: da più di un mese il tasso di positivi è stabilmente sopra il 10%, una media ancora non raggiunte in Italia. Nello stesso arco di tempo il numero dei posti occupati in terapia intensiva è sì salito, ma senza impennate, passando da poco più del 15 al 21%, è una media nazionale. Alcune regioni, come quella di Madrid, sono assai sopra, ma nel complesso il tasso non è ancora a quei livelli che fanno scattare l'allerta, da noi la soglia è il 30 %. È vero che in Spagna nel frattempo sono stati creati 550 posti in più, ma anche senza di queste il tasso sarebbe al 23,4 %, anche qui sotto la soglia di allarme. In Italia siamo ormai vicini al 15% come tasso di occupazione delle terapie intensive. Dunque possiamo sperare che se le cose seguiranno i ritmi spagnoli, tra un mese saremo ancora lontani dai livelli di allarme? Dipende, la Spagna può contare su molti più letti di terapia intensiva rispetto a noi, ne ha quasi 9000, cioè circa 20 ogni 100.000 abitanti. Da noi, per una popolazione più numerosa, sono poco più di 6600, corrispondono a circa 11 ogni 100000 abitanti, in proporzione, quasi la metà di quelli spagnoli. Ci avvicineremo ai livelli di Madrid se ad esempio attivassimo tutti i letti previsti dal decreto rilancio e convertissimo le terapie semi intensive. La battaglia per evitare nuove restrizioni, insomma, passa anche dalla capacità del sistema sanitario di ampliare la disponibilità di letti e personale nelle terapie intensive e non è detto che l'esempio spagnolo possa tranquillizzarci.

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