Crescita Italia, Fmi: rivista al ribasso a +0,1 per il 2019

09 apr 2019

Una nuova tegola su Palazzo Chigi arriva dal fondo monetario internazionale, mentre il Governo sta mettendo a punto il documento di economia e finanza, l’FMI presenta il suo rapporto sulla situazione economica mondiale e certifica il pesante rallentamento dell'Italia, rivedendo al ribasso quasi di un punto percentuale le stime di crescita, attestandole solo ad un più 0,1% per il 2019. Rimane invece invariato, al momento, il dato del 2020, ad un più 0,9%. D'altronde il nostro Paese non è il solo a far fronte a stime recessive e anzi la stessa economia globale rallenta la sua espansione e registra correzioni in calo rispetto alle stime di ottobre, con un Pil rivisto adesso a più 3,3% per il 2019. Stessa situazione se si guarda a Eurolandia le cui stime sono state ugualmente corrette al ribasso con una previsione attuale di una crescita ferma all'1,3% per il 2019. Ma quello che colpisce, pensando al nostro Paese, è che l'Italia rappresenta ormai, insieme alla Brexit e alla difficoltà del settore dell'auto in Germania, uno dei fattori di rischio globale a causa degli spread elevati e dei fondamentali dell'economia incerti che, ammonisce l'istituto di Washington, potrebbe scatenare un effetto contagio nell'Eurozona. L'FMI rimarca anche che comunque un’inversione di rotta repentino e importante resta possibile, ad esempio nel caso di una tregua nella guerra commerciale, innescata dall'Amministrazione Trump, che secondo il fondo, sta contribuendo e non poco a soffocare la crescita a livello globale, ma i segnali arrivati nelle ultime ore, ad esempio, non fanno ben sperare. Il Presidente anche via Twitter, ha minacciato nuovi dazi, fino a undici miliardi di euro nei confronti dell'Unione europea. La lista dei prodotti che potrebbero esserne affetti è molto lunga e include anche il nostro Prosecco e il nostro Pecorino, ma ci sono anche altri vini e l'olio d'oliva. Il tutto, sostiene Washington, per rispondere alle violazioni che l'Europa ha fatto sostenendo l'Airbus, e svantaggiando gli Stati Uniti, in particolare, la Boeing. Una sfida, quella fra i due colossi d'aviazione, in corso ormai da oltre dieci anni, con lo stesso Trump, che appena pochi giorni prima del disastro aereo in Etiopia, aveva portato con sé i dirigenti della Boeing in Vietnam, assicurando le commesse per oltre quindici miliardi di dollari.

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