Diritti umani, un anno fa la morte di Jamal Khashoggi

02 ott 2019

A distanza di un anno dalla morte di Jamal Khashoggi, collaboratore del Washington Post e voce critica del regime Saudita, la promessa sposa turca Hatice Cengiz cerca ancora verità e giustizia. Fu lei a vedere per ultima Khashoggi entrare nel Consolato saudita di Istanbul dove avrebbe dovuto ottenere la documentazione necessaria per sposarsi. La donna attese invano tutto il giorno a pochi metri dall'ingresso con un'ansia crescente prima di far scattare l'allarme. Stando alle indagini delle autorità turche, sappiamo che il giornalista fu ammazzato e fatto a pezzi poco dopo il suo ingresso nella sede diplomatica da un commando di 15 persone giunte poco prima nella città turca dal paese arabo e subito ripartite. In un editoriale sul Washington Post il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha in questi giorni ribadito di non avere alcuna fiducia nella giustizia del Regno Saudita. Nella capitale Riyadh è in corso il processo, dove sono state chieste cinque condanne a morte. “Non ci stancheremo di cercare i colpevoli né di chiedere che fine abbia fatto il corpo del reporter” ha scritto il Capo di Stato turco. Sul caso del giornalista, scelto come persona dell'anno dalla rivista Time, si sono mosse anche le Nazioni Unite. L'indagine è stata condotta dalla francese Agnes Callamard, esperta di diritti umani e relatrice speciale di esecuzioni extragiudiziali sommarie o arbitrarie. Il dito è puntato contro il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman, aspramente criticato dal giornalista dalle colonne del quotidiano americano. L'uomo forte di Riyadh, che ha voluto incontrare i familiari del reporter, ha sempre respinto ogni addebito, forte anche del sostegno americano. Solo negli ultimi giorni l'erede della casa Saud si è assunto la responsabilità politica di quanto accaduto, continuando comunque a ribadire di non essere stato lui a ordinare l'esecuzione.

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