Egitto, Patrick Zaky scarcerato: abbraccio con madre e amici

09 dic 2021

Abbiamo festeggiato dopo tanti mesi di tristezza. La prima notte che segue la scarcerazione Patrick Zaki la trascorre al Cairo, festeggiando, come racconta la sorella Marise, la fine dei suoi 22 mesi di detenzione tra il carcere di Tora e quello di Mansura. Liberato ma non assolto perché resta in essere il processo che lo vede imputato con il reato di diffusione di notizie false, che prevede una pena di 5 anni che è stata ipotizzata per il solo fatto di aver raccontato la storia delle persecuzioni del regime egiziano contro la minoranza copta. Il primo febbraio l'udienza di nuovo a Mansura, città d'origine di Patrick, con il giudice che potrebbe pronunciarsi definitivamente sul caso. Pochi mesi nei quali non si deve interrompere il sostegno diplomatico che ha portato alla sua scarcerazione. "Quello che posso dirvi è che continueremo però a lavorare in silenzio, con basso profilo. Negli ultimi mesi io ho incontrato tre volte il Ministro degli Esteri egiziano, anche il Parlamento italiano, anche nell'ambito dei ... ha aperto dei canali di diplomazia importanti, allo stesso modo a livello europeo sono state fatte delle azioni importanti ma sempre nell'ottica di dialogare per arrivare al risultato. Continueremo a farlo e lavoreremo su questo, intanto un grande abbraccio ancora una volta da tutti noi a Patrick Zaki, siamo contenti di rivederlo tra le braccia dei suoi cari, della sua fidanzata, di sua sorella, della sua famiglia e questo ci fa stare bene e ci porta a continuare il nostro lavoro coscienti del fatto che proprio lavorando in silenzio, tenendo aperti i canali diplomatici con tutto il mondo, nell'ultimo anno e mezzo abbiamo permesso lo sblocco di tante questioni". Di Maio parla dunque di un primo obiettivo raggiunto guardando in avanti fino all'assoluzione, sottolineando la necessità di tenere aperti quei canali diplomatici fondamentali anche nel caso di Giulio Regeni, torturato a morte al Cairo nel 2016. Un caso scioccante sul quale finora non si è fatta giustizia, e se la mobilitazione per Zaki continua con la società civile, le organizzazioni umanitarie, il mondo accademico e i suoi compagni di università che si battono quotidianamente perché gli venga garantito un processo equo e giusto, prosegue anche la battaglia della famiglia Regeni per ottenerlo un processo, ora bloccato per l'impossibilità di informarne gli imputati. Perché l'Egitto si è sempre rifiutato di fornire alla Procura di Roma i domicili dei suoi uomini dell'intelligence, uno stallo nel quale la diplomazia dovrebbe far sentire la propria influenza.

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