Fukushima, Sky TG24 tra gli allevatori contro nucleare

09 mar 2021

Oggi voglio raccontare una storia eccezionale, una storia di sopravvivenza. Una storia di coraggio, testardaggine quasi ma anche di molto coraggio. È la storia di Masami Yoshizawa. Masami ha 66 anni appena compiuti, all'epoca dell'incidente nucleare dieci anni fa conduceva assieme ad un socio questo grande allevamento di mucche Holstein fondato da suo padre. Il socio ha accettato un lauto immediato indennizzo e se n'è andato, lui è rimasto a difendere le sue mucche, trasformando in un simbolo della protesta antinucleare. Prima dell'incidente ce n'erano circa trecento, ora sono 233. Alcune sono morte ma molte sono nate dopo. Lui le conosce tutte, uno per uno, li chiama per nome e dà loro da mangiare roba prelibata. Bucce di ananas ad esempio che un importatore di Kawasaki suo supporter gli fa recapitare una volta a settimana. Il mio è un gesto di denuncia di ribellione. Non sono solo un superstite, sono anche un combattente. Questo è il mio esercito con il quale intendo difendere fino all'ultimo il diritto di dissenso. La nostra disperata sopravvivenza è la più efficace denuncia contro l'energia nucleare. Gli ho chiesto fino a quando ha intenzione di restare qui. Lui ha detto per sempre. Voglio morire qui, voglio morire assieme le mie mucche. Anzi, spero che qualcuna mi sopravviva. Come io sono sopravvissuto a mio padre, che qui aveva uno dei primi grandi allevamenti di Holstein. Ho grande rispetto e ammirazione per voi italiani che avete deciso con un referendum l'uscita dal nucleare. Magari lo potessimo fare anche noi. Masami ha fatto scuola. L'anno scorso questa signora di Tokyo Satsuki Tani, 38 anni, ha lasciato tutto ed è andata in giro per la ex zona proibita a recuperare le mucche smarrite, ora ne ha 11. Posso fare una squadra di calcio, dice scherzando appena saputo che sono italiano, mentre ci racconta la sua storia. A questo punto vi chiederete, ma ci sono solo mucche radioattive? Ci sono anche capre e pecore, quelle di Yoshida San, ex dipendente proprio della Tepco, la società che gestisce la centrale, ma sono arrivate dopo il disastro. Ne parleremo in un'altra occasione, perché a differenza delle povere mucche loro sono il simbolo di speranza come la primavera che nonostante tutto, anche quest'anno comincia a sbocciare.

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