Ghosn: sono fuggito dalla persecuzione politica

08 gen 2020

L'ex amministratore delegato di Renault-Nissan, nella sua prima conferenza stampa dopo la fuga da film dal Giappone, non lesina parole dure. Parla di una detenzione senza il minimo rispetto per i diritti umani. Sarei morto, dice, se non fossi fuggito. Una storia lunga e complessa. Ghosn per anni ha scalato il successo a grandi balzi, poi dal novembre 2018 la sua stella si è offuscata, fino a spegnersi del tutto. La Nissan lo accusa di aver fornito informazioni false sul proprio reddito e di aver falsificato diversi documenti. Viene così arrestato e si fa 108 giorni di prigione. L'anno seguente viene arrestato una seconda volta: l'accusa è di non aver dichiarato compensi per un totale di 9 miliardi di yen, circa 80 milioni di dollari, tra il 2010 e il 2017. Oltre ad una serie di illeciti finanziari ed aver usato beni aziendali, quando era a capo di Nissan, a fini personali. Poi il colpo di scena. Una fuga da film, dalla casa di Tokyo, dove è in libertà vigilata. Fuga che costa tanto, sì, ma dà il risultato sperato: 312000 euro soltanto per i voli privati che devono riportarlo, con l'aiuto di un ex militare americano, nella terra d'origine della sua famiglia, il Libano. Cappello in testa e una mascherina, quelle che in Oriente sono cosi tanto usate per proteggersi dalle malattie e non attaccarle ad altri. Non dà nell'occhio, dunque, e va indisturbato all'aeroporto di Osaka. Qui il racconto si fonde un po' forse con il romanzo: si parla di un nascondiglio, infatti, dentro una cassa da strumenti musicali, si imbarca, arriva ad Istanbul e, da lì, a Beirut. Ora ripete di essere finalmente libero, libero soprattutto di parlare, e non più ostaggio di una giustizia che definisce truccata. E cosi l'ex numero uno di Renault parla di violenze e intimidazioni di ogni tipo, di interrogatori senza la presenza di un avvocato, di minacce alla sua famiglia per estorcere una confessione, e poi altre accuse che promettono nuovi colpi di scena: “Procura giapponese e Renault erano in combutta contro di me”.

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