Hong Kong, la "resa" di Pechino

05 set 2019

Ci sono volute ben 13 settimane di proteste, pacifiche nelle intenzioni, ma di fatto spesso degenerate in scene di inaudita violenza urbana, ma alla fine sembra che Pechino abbia ceduto. Anche se la governatrice Carrie Lam sostiene che la decisione di cancellare definitivamente la controversa proposta di legge sull'estradizione sia stata solo e soltanto sua, è ovvio che la linea sia stata invece decisa, non senza dibattito interno, dal Governo centrale e dal partito. Secondo il South China Morning Post, l'autorevole e ancora relativamente libero quotidiano di Hong Kong, pare che la questione sia stata più volte e a lungo affrontata durante le vacanze di lavoro che i dirigenti cinesi sono soliti passare sulle spiagge di Beidaihe, la Yalta cinese, e sarebbe stato ancora una volta Xi Jinping in persona ad imporre la linea morbida contro alcuni membri del partito e del Politburo che invece proponevano la soluzione militare. Non ci sarà, dunque, una nuova Tienanmen, e anche se, dalle prime reazioni, il movimento di protesta non sembra accontentarsi di questa prima oggettiva vittoria, è probabile che la situazione nei prossimi giorni e settimane diventi meno tesa. La governatrice ha anche promesso di cambiare i vertici della polizia e di avviare un'inchiesta sul suo operato come ripetutamente richiesto dai leader del movimento. Resta il problema, però, delle sue dimissioni, a cui Carrie Lam non ha minimamente accennato e che invece continuano ad essere richieste a gran forza dal movimento e forse oramai anche auspicate da Pechino vista l'evidente incapacità che la governatrice ha dimostrato prima nel provocare la crisi e poi nel gestirla. Per ora è importante osservare che attraverso questa obbiettiva resa, senza precedenti nella recente storia della Cina e del suo partito, Pechino ha dimostrato di avere ancora bisogno di Hong Kong, soprattutto dal punto di vista economico e finanziario. Dal 1997, anno in cui l'ex colonia britannica venne restituita alla sovranità cinese, la percentuale del PIL di Hong Kong, rispetto a quello della Cina, è passato dal 18% al 3%. Il rischio che migliaia di ricchi imprenditori e finanzieri tradizionalmente filocinesi abbandonassero ulteriormente la città, sottraendo capitali in questo delicato momento economico, era molto concreto e questo Pechino non poteva e non può permetterselo. Resta da vedere se i cittadini di Hong Kong si accontenteranno di aver vinto questa importante battaglia o se decideranno di alzare la posta e insistere per avere garanzie sul suffragio universale e il rispetto delle loro libertà civili anche dopo il 2047, anno in cui dovrebbe terminare l'attuale status di territorio speciale.

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