Il Papa, la Chiesa e le Carceri a tempo del coronavirus

19 apr 2020

Il carcere Mamertino, nel cuore della Roma imperiale, dove furono rinchiusi Pietro Paolo, colonne della Chiesa nascente e poi i martiri gettati nelle celle prima di essere uccisi. E quel Papa dei primi secoli, Ponziano, che venne condannato ad metalla, ai lavori forzati nelle miniere della Sardegna. La Chiesa cattolica ha sempre avuto un rapporto di profonda attenzione e comprensione per le carceri e i carcerati, anche perché memore della sua storia di perseguitata ieri, come in tante parti del mondo ancora oggi. Papa Francesco ha fatto dell'attenzione ai carcerati uno dei punti chiave del suo pontificato. La più recente testimonianza è l'impressionante via Crucis della Pasqua del coronavirus in una piazza San Pietro deserta con i testi delle meditazioni scritti da carcerati, da ergastolani, da genitori di vittime di persone poi condannate, dal personale di vigilanza, da magistrati, da un sacerdote che ha trascorso anni in carcere prima di essere riconosciuto innocente. Parole di lacrime e di speranze, parole come pietre e come carezze, testimonianze di vita drammatiche di riscatti, senza nessuna concessione al sentimentalismo, parole vere ed essenziali. Un pugno nello stomaco, trasmesso in mondovisione. Per la prima volta un papa non ha fatto discorsi durante il rito, per lasciare che tutta l'attenzione si concentrasse sulle parole dal carcere drammatiche, ma piene di una possibilità di vita anche dietro le sbarre. Già quando era cardinale a Buenos Aires, Bergoglio andava spesso in visita nelle carceri, continua tuttora da papa a intrattenere rapporti scrivendo o telefonando, come fa ogni 15 giorni, ai detenuti che seguiva in Argentina. Da Pontefice la lavanda dei piedi del Giovedì Santo ha sempre scelto di farla nelle carceri come in quello di Regina Coeli a Roma o in quello di Velletri. "Potrei esserci io al loro posto", ha ripetuto spesso, parlando dei detenuti, a indicare come la vita possa a volte facilmente andare anche su binari deragliati. Ai responsabili degli istituti carcerari ha detto di non dimenticare mai che hanno di fronte persone, ognuna creata a immagine di Dio e a cui dare dignità e rispetto, ai politici di non intendere il carcere come esclusione, ma di lavorare incessantemente perché diventi luogo di riscatto. Nel tempo della pandemia ha più volte chiesto di tenere conto che se il virus entra nei luoghi di reclusione sarà una strage. "Si faccia di tutto, compreso l'eventuale liberalità nello sconto delle pene, perché questo non avvenga".

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