Maradona, Napoli e l'Italia

26 nov 2020

A sud del suo cuore. Tutto andava a sud, vuelvo al sur canta Roberto Goyeneche, torno al sud come si torna sempre l'amore. Il rapporto con l'Italia è stata una febbre passionale, un sentimento possente, una ferita mai rimarginata. Diego e Napoli, Diego e il resto del Paese. Napoli non è una città, è un mondo, non potete capire Napoli e non la capirete mai, spiega Curzio Malaparte ne La pelle, ma lui, Diego l'aveva capita, l'aveva conquistata come un tanghero che agguanta la sua dama, la guarda negli occhi, la fulmina, prima dei passi sulle assi della Milonga. Il tango è un pensiero triste che balla, spiegava Enrique Santos Discépolo, ma Diego ballava per Napoli, ballava sul campo inventando cose che voi umani, gol impossibili, giocate belle fino alla commozione per il gesto perfetto, il portiere che cede al genio, per far vibrare le corde delle emozioni e tremare il San Paolo, uno stadio in ginocchio ogni maledetta domenica, in attesa dell'ennesimo miracolo e dopo i 90 minuti fiumi di gente in cammino con un pezzo di Diego in testa, nel cuore, nella pelle. E lui raccontava, anni dopo, la domenica finiva la partita e andavo a mangiare con i miei compagni e poi uscivo con loro per i locali. Mia moglie sta in casa a badare i bambini. Io vivevo così fino al giovedì, poi mi pulivo per la partita della domenica successiva. Già, la vita notturna senza regole, la cocaina senza freni, un eroe divino, ma anche un uomo sequestrato dalla propria fragilità, assediato dalle proprie debolezze e dalla gente, ma non era solo un popolo d'amore, era anche camorra, malavita senza scrupoli, per la quali Diego era un mito nei 90 minuti della partita e un portafogli gonfio per il resto della settimana. Mi Dios era un niño que presumia vivir sin edad. Il mio Dio era un bambino che si vantava di vivere senza età, scrive Nahuél Ceró, e quel bambino non ha mai lasciato Napoli. Poi c'è l'Italia, pensa che giocatore sarei potuto essere senza la droga, pensa che giocatori abbiamo perso dice Diego durante i documentari di Emir Kusturica a lui dedicato. É il 17 marzo 1991 quando viene trovato positivo durante un controllo antidoping al metabolite della cocaina. Diego non ha dubbi, è un complotto contro di lui, una precisa vendetta, perché la sua Argentina aveva eliminato l'Italia in semifinale ai mondiali del 90. Il rapporto mai nato col resto d'Italia evaporò allo stadio Olimpico di Roma l' 8 luglio, è la finale, Argentina Germania, l'inno argentino viene fischiato da gran parte del pubblico. Diego non ci sta, la sua rabbia trova sfogo in tre, inequivocabili, lacerate parole, l'Italia non è Napoli, nel cuore del Pibe non lo sarà mai. Napoli lo ha accarezzato, l'Italia lo ha aggredito. La guerra col fisco durata anni, i processi e tutto il resto, nel 2006 Diego torna in Italia per partecipare a una partita di beneficenza, gli agenti del fisco gli sequestrano due Rolex d'oro, ripartirà senza orologi, divorato dalla rabbia, diversa, perché è sua, perché l'ira è uno scudo di carta e una spada di lacrime, come scrive ancora Nahuél Ceró. É su quell'aereo che lasciava l'Italia, ne sono certo, Diego, col cuore a pezzi, avrà ricordato i versi bellissimi perfetti di uno dei più bei tanghi mai scritti che l'importa al mondo, risale al 1936, ma sembra cucito per Diego col sangue delle parole, ecco l'ultimo verso. Cosa gli importa al mondo del mio dolore se con il mio vizio mi condanna, cosa gli importa al mondo della mia vita se con l'alcol si cura dell'amore la ferita, cosa gli importa al mondo della mia tristezza se mi è salita alla testa, cosa gli importa al mondo della mia angoscia se non può darmi ora neppure l'illusione?.

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