Post Brexit, al via i negoziati UE-UK per rapporti futuri

29 feb 2020

Adesso si fa sul serio, al confronto i negoziati sul divorzio sembreranno una passeggiata di salute, perché quelle che iniziano adesso sono le trattative per stabilire rapporti tra Regno Unito e Unione Europea e le posizioni di partenza promettono fuochi d'artificio. Cinque round negoziali, uno al mese, fino al momento della verità: l'incontro di giugno, quando Londra vuole vedere progressi concreti sufficienti a chiudere un accordo entro la fine dell'anno, quando finirà l'attuale periodo di transizione perché la Brexit c'è stata, certo, ma fino a dicembre il Regno Unito continuerà a far parte di mercato interno e unione doganale. Tradotto: la sua sovranità sarà ancora limitata. Ecco perché Downing Street lo ripete ancora una volta: "non chiederemo alcun prolungamento di questa fase, ovvero non daremo più spazio ai negoziati, se a giugno la fumata dovesse essere nera, siamo pronti a lasciare il tavolo". Non parla più di no deal il governo britannico, perché il no deal del Regno Unito fa paura. Gioca piuttosto con le parole: "la Brexit è avvenuta con l'accordo di divorzio, il deal dunque c'è stato", così dice l'esecutivo "avremo relazioni stile Australia, ma con l'Australia i 27 non hanno un trattato di libero scambio, e le economie di certo non sono altrettanto connesse, un nuovo nome insomma, per la stessa minaccia. Ma a Boris Johnson questo non importa. Almeno non adesso, non ora che bisogna mostrare i muscoli. Il libero scambio delle merci, diritti di pesca e soprattutto le regole da seguire per scongiurare il rischio dumping sono gli scogli che già affiorano all'orizzonte. Nessuna intenzione da parte del Regno Unito di accettare la normativa comunitaria, altrimenti nulla avrebbe avuto senso, dicono. Le premesse sono tutte in salita, nessuno è ottimista sui due lati della Manica, ma le variabili sono ancora tante e l'economia mondiale in affanno, grazie anche al coronavirus, la leadership della Merkel al tramonto, l'affanno nazionalista di Macron, la crisi in Siria, così come l'evoluzione politica del Regno e i timori di industriali e sindacati. Tutte variabili appunto, che potranno fare la differenza.

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