Proteste in Iraq, coprifuoco a Baghdad, scontri in Libano

31 ott 2019

Baghdad, piazza Tahrir, per la seconda notte consecutiva migliaia di persone hanno sfidato il coprifuoco notturno imposto dal Governo. Il centro della capitale irachena è ormai da 3 giorni affollato di manifestanti che protestano contro carovita e corruzione. Invano, esercito e polizia cercano di disperdere il sit-in. Agitazioni si registrano anche nelle regioni di Bassora, Karbala, Najaf e Di Car. La repressione governativa e di non meglio precisate milizie nel sud del Paese ha causato 250 morti nell'ultimo mese, 100 solo nell'ultima settimana, secondo l'Osservatorio iracheno per i diritti umani. Beirut, Libano, dopo due settimane di proteste popolari e disobbedienza civile e a due giorni dalle dimissioni del premier Saad Hariri, l'esercito ha imposto la riapertura delle principali strade del Paese, bloccate, di fatto, dal 17 ottobre. I militari intervengono nel sud e nella zona di Beirut, scontrandosi in alcuni casi con i manifestanti, come lungo l'autostrada che collega la capitale a Tripoli. Le ragioni della protesta, anche qui, allargamento della forbice di ricchezza e corruzione. La tentazione di stabilire un parallelo viene, nonostante l'Iraq abbia conosciuto Saddam Hussein, invasione americana, guerra civile e incubo Isis, mentre il Libano vive una tregua duratura dalla fine della guerra civile nel 1990. Eppure, eppure a Bagdad, come a Beirut, una gioventù dell'era di internet si sente privata del presente e del futuro e rifiuta la corruzione dei potenti e le misure inefficaci dei governi per contrastare il divario crescente tra ricchi e poveri. Eppure, questi stessi giovani in entrambe le capitali chiedono laicità, vogliono superare le divisioni religiose che da sempre connotano i due Paesi. Eppure, Libano e Iraq, entrambe, sono terre di influenza per l'Iran, punti nodali di rivalità regionali decennali, e Teheran sembra saldamente schierata con i regimi di entrambi i Paesi, in Libano con Hezbollah, che ha preso le parti del Governo in carica e in Iraq con le forze di mobilitazione popolare, prime protagoniste della repressione violenta delle proteste.

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