Da un lato riafferma la forza della storica alleanza fra Stati Uniti e Israele dall'altra con quella stessa forza sottolinea l'indipendenza di un Paese, il suo, che non agisce certo per assecondare pressioni esterne neppure quando arrivano dagli amici. Benjamin Netanyahu che ha per il momento rinviato alla prossima sessione parlamentare, ma non ritirato come suggerito da Washington, la contestata riforma della Giustizia voluta da l'estrema Destra, risponde con fermezza alle preoccupazioni del grande alleato americano. Tra il botta e risposta a distanza Washington-Tel Aviv va avanti ormai da tre mesi la protesta di migliaia di manifestanti per le strade in Israele, acuita dalla cacciata domenica scorsa del Ministro della Difesa Gallant, favorevole al rinvio della riforma della Giustizia in nome della sicurezza nazionale. La pausa sulla riforma e l'avvio del confronto con l'opposizione, portato avanti dal Presidente Herzog non svuotano le piazze che respingono quella che definiscono una democrazia a metà, proposta dal Governo. Tutto questo mentre a tre mesi dal suo ritorno alla guida di Israele il leader del Likud non è stato ancora ricevuto dal Presidente americano Joe Biden. L'amministrazione americana prende tempo e risponde a data da destinarsi. Segno evidente questo di una chiara contrarietà della Casa Bianca, per altro non celata, nei confronti delle politiche portate avanti dal Governo di estrema Destra.























