Serbia, profughi al gelo sulla rotta balcanica

15 gen 2017

Ai metodi estremi di deterrenza si aggiunge il freddo, estremo anche quello, di uno degli inverni più rigidi degli ultimi anni in Europa. La noncuranza, la scarsa efficacia delle politiche europee in materia di immigrazione, l’indifferenza e il disprezzo, quasi, di alcuni Paesi verso migliaia di persone che hanno affrontato il viaggio lungo la rotta balcanica stanno provocando una crisi umanitaria di enormi proporzioni. Il gelo, le temperature polari hanno messo in una situazione, già prima insostenibile, uomini, donne e bambini in fuga. In migliaia sono bloccati in Serbia dopo la chiusura della rotta balcanica, la primavera scorsa, grazie alle scelte di Paesi che hanno fatto a gara per fermarli, congelando unilateralmente le norme internazionali che regolano il diritto alla protezione, chiudendo le frontiere, costruendo muri, come ha fatto l’Ungheria di Orban, che ora addirittura propone di arrestare i migranti, compresi i richiedenti asilo. Sono circa 60.000 i profughi costretti al gelo dalla Grecia ai Balcani. Pochissimi hanno trovato spazio nei centri di accoglienza, comunque non adatti alle estreme temperature di questi giorni. Ad aiutare chi è rimasto fuori solo organizzazioni umanitarie, ma non basta. Dormono in insediamenti informali, tende, strutture abbandonate, capannoni industriali, nei boschi, con temperature che in Serbia di notte scendono oltre i -20 gradi. Cercano di riscaldarsi bruciando tutto quello che trovano. Non hanno docce né acqua calda, e allora usano la neve e si lavano all’aperto, e si radono anche così, con niente più che un rasoio e una scheggia di specchio, per mantenere quell’umanità che gli viene negata dall’egoismo e dal cinismo di chi non sa, non vuole guardare al di là di se stesso.

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