Siglato cessate il fuoco per Nagorno-Karabakh

10 nov 2020

Da un lato la furia, dall'altro la gioia. Ci sono volute sei settimane perché la guerra per il controllo del Nagorno Karabakh si concludesse. Forse una delle ultime guerre combattute in modo convenzionale tra due Stati con eserciti contrapposti e la conquista del territorio con l'impiego delle truppe. Si è chiusa anche in modo tradizionale, con la conquista della città strategica da parte degli azeri Shusha, su cui hanno fatto sventolare la propria bandiera. Una volta perso questo nodo strategico il premier armeno Nikol Pashinyan non ha potuto far altro che accondiscendere alle condizioni imposte della sua controparte, il presidente Ilham Aliyev. Quali siano i termini ancora non si sa, ma il primo risultato tangibile è il cessate il fuoco reale questa volta, dopo le ripetute violazioni dei giorni scorsi. Anche se non si conoscono i dettagli, è facile intuire che si tratta di una sconfitta netta per le forze armene, tanto che lo stesso Pashinyan in un video su Facebook ha parlato di accordo doloroso. Certo è che fin dall'inizio si è capito che le forze in campo erano impari e che l'Azerbaigian, sostenuto politicamente forse non solo dalla Turchia, opposto a una stremata e sostanzialmente isolata Armenia, non avrebbe potuto far altro che vincere questo annoso conflitto sul controllo dell'enclave azera nel territorio armeno. Puntuali e prevedibili le congratulazioni di Ankara con il suo ministro degli esteri Çavuşoğlu ha parlato di fratellanza con il popolo azero con cui condivide lingua e religione. Ma è Mosca, amica degli armeni, ma politicamente vicina anche agli azeri che ha seduto come negoziatore al tavolo e ha calato la sua fiches diplomatica. Speriamo che il popolo armeno capisca, ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, ma sul territorio ci saranno solo fischi per russi, anche se Ankara ha già fatto sentire la sua voce. Dovrà essere una missione congiunta. Staremo a vedere.

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