Sudan, militari rompono con oppoizione presto elezioni

04 giu 2019

Tra le vittime c'è anche un bambino di otto anni. Finisce in un bagno di sangue a Khartum, in Sudan, il braccio di ferro tra la giunta militare al potere, dalla cacciata lo scorso aprile del Presidente al-Bashir, e gli attivisti, che chiedono una rapida transizione a un Governo civile. A sparare sulla folla, radunata da settimane in un sit-in, vicino al quartier generale della Difesa, le milizie paramilitari governative, che negano però ogni responsabilità, ma decine di filmati testimoniano il contrario. Contro gli attivisti sarebbero stati usati manganelli, lacrimogeni, armi da fuoco. Assieme alle decine di morti si contano oltre cento feriti. “Del nostro sit-in non resta più niente, solo i corpi dei nostri martiri”, il grido d'allarme degli oppositori, sotto choc per la brutale repressione, condannata anche a livello internazionale. E a meno di 24 ore dalle violenze contro i civili, la giunta militare, con un improvviso colpo di spugna, cancella tutti gli accordi faticosamente raggiunti con la principale coalizione di opposizione nel Paese, e convoca a sorpresa nuove elezioni. Le tensioni tra la giunta militare e gli oppositori si erano acuite nelle ultime settimane per assenza di un'intesa. Restava infatti da sciogliere il nodo del cosiddetto Consiglio sovrano, il vero Governo esecutivo del futuro. Sia i militari che i civili ne rivendicano la maggioranza. Adesso i generali con una dichiarazione del loro leader, trasmessa dalla televisione di Stato, hanno fatto sapere che si tornerà alle urne entro nove mesi, che nel frattempo ci sarà un Governo di transizione di soli militari, aprendo di fatto una nuova fase di incertezza per il futuro politico del Sudan.

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