Sempre più usata dagli utenti e sempre più vietata da governi. Tik Tok e le sue implicazioni in materia di cybersecurity continua ad accumulare bandi in gran parte del mondo occidentale, ma anche i colossi asiatici come l'India, dove il social più amato dai giovani è stato vietato all'intera popolazione già dal 2020. La Nuova Zelanda, ultima in ordine di tempo a porre limiti al suo utilizzo, ne vieta invece la presenza dal 31 marzo sui dispositivi elettronici di Parlamento e parlamentari con la stessa giustificazione degli altri paesi: timori per la sicurezza nazionale. Sotto accusa non c'è solo la bytedance, compagnia cinese che ne detiene il software, ma il regime di Pechino che potrebbe usare il social a fine di spionaggio internazionale. Vero è che per alcuni paesi, questo è solo la scusa perfetta per censurare i contenuti non graditi al governo locale: come ad esempio in Afghanistan, dove il social stava diventando uno spazio di propaganda e di condivisione di idee anti- regime. Ma che ci sia una preoccupazione dilagata sul suo uso da parte di istituzioni, ufficio governativi e pubbliche amministrazioni sembra essere un fatto ormai consolidato. Prima gli Stati Uniti, poi la Commissione Europea con gran parte dei paesi membri che però non si sono ancora allineati quindi Canada, Regno Unito e Nuova Zelanda hanno fatto propri i timori di un grande spione cinese, proibendo dunque l'app a gruppi più o meno ristretti della propria amministrazione. A guidare l'attuale battaglia c'è Washington a cui risponde direttamente Pechino. Gli Stati Uniti non hanno fornito prove che Tik Tok minacci la loro Sicurezza Nazionale, afferma la diplomazia cinese ma sembra chiaro che lo scontro sia in atto con il boicottaggio che si allarga di ora in ora, di nazione in nazione.























