Usa contro Cina: prove che virus arrivi da laboratorio Whuan

04 mag 2020

Il virus cinese. Donald Trump e gli uomini forti della sua amministrazione hanno battezzato così il coronavirus sin dagli inizi della pandemia. Una definizione che è spia di una narrativa su cui gli Stati Uniti, che in queste ore hanno superato il milione di casi, mantengono il punto delineandola in due filoni principali. Anzitutto quello dell'origine stessa del Covid-19. Lo scorso 30 aprile è stata la stessa intelligence americana ad escludere che il virus possa essere stato fabbricato e modificato geneticamente dall'uomo, eppure resta la pista che possa essere sfuggito in qualche modo dal laboratorio di Wuhan, una teoria che al momento non sembra avere alcun fondamento scientifico, ma che secondo il Segretario di Stato Mike Pompeo è corroborata da prove certe. Osservazioni pazze ed evasive, replica Pechino, che sfida Washington a mostrare queste prove al mondo e al popolo americano. C'è poi l'altro terreno di scontro che vede gli Stati Uniti, insieme a Canada, Regno Unito, Nuova Zelanda e Australia, puntare il dito direttamente contro la Cina per aver nascosto al resto del mondo la gravità dell'epidemia, mettendo a tacere le fughe di notizie, facendo poco o nulla per arrestare la diffusione. Le accuse sono contenute in un rapporto di 15 pagine dei servizi dei cinque paesi che insieme formano un'alleanza, meglio conosciuta come Five Eyes, i Cinque Occhi. Nel documento si sottolinea il ritardo con cui le autorità cinesi hanno informato l'Organizzazione Mondiale della Sanità e il resto del mondo, pur sapendo già da dicembre della trasmissione da uomo a uomo, e a detta di Washington, mentre insabbiava le notizie, Pechino accumulava sul mercato materiale sanitario. Una mancanza di trasparenza che avrebbe causato migliaia di morti in tutto il mondo secondo gli Stati Uniti, che adesso vorrebbero creare un fronte con gli alleati per far aprire una vera e propria inchiesta internazionale che metta la Cina sul banco degli imputati. D'altronde la rivalità con la superpotenza cinese assume in questa fase per Donald Trump ben altre ragioni, oltre a quelle meramente sanitarie. Con le elezioni di novembre alle porte il Presidente sa bene che il pugno duro con la Cina può essere prezioso per guadagnare consensi e puntare alla rielezione, messa a rischio dai dati economici, con 30 milioni di disoccupati, e un calo del Pil che i principali analisti stimano attorno al 40% nel secondo trimestre.

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