Emiliano si candida alla guida del Pd, Speranza lo attacca

Alla fine, l’ultimo colpo di scena lo regala lui. Michele Emiliano non se ne va più. Molla Bersani e Rossi e la loro scissione e si candida contro Matteo Renzi per la segreteria del Partito Democratico. Che il governatore pugliese non avesse le idee chiare lo si era capito dalle giravolte degli ultimi giorni. Sabato suggella il patto con la minoranza recitando il mea culpa per aver sostenuto Renzi. Domenica all’assemblea prende la parola e tenta di riaprire i giochi. In serata firma un documento in cui, di fatto, mette nero su bianco la rottura. Poi manifesta incertezza e, infine, lo smarcamento definitivo. “Mi candido, dunque, nonostante il tentativo del segretario uscente, chiaro a tutti, di vincere il congresso ad ogni costo e con ogni mezzo, approfittando di aver gestito per tre anni tutto il potere politico, economico e mediatico di questo Paese”. La voglia di restare ha prevalso sulle condizioni che aveva posto come necessarie per non andarsene, ossia un passo indietro di Renzi nella direzione di oggi, ma l’ex premier non cambia rotta e, mentre vola verso gli Stati Uniti per una serie di incontri con start up e università californiane, spedisce una e-news in cui accusa i dissidenti di non aver mai digerito la sua leadership, tanto nel partito quanto nel Governo. Se restano siamo contenti, ma basta bloccare tutto con queste discussioni. Uno schiaffo che il governatore pugliese trasforma nella spinta a rimanere proprio per contrastare Renzi, intestandosi il merito di aver evitato il voto anticipato. I renziani sorridono. Almeno nessuno potrà più dire che le primarie del PD sono un bluff. “Sono contento che Michele Emiliano abbia deciso di partecipare al congresso. Io penso che abbiamo tante cose su cui discutere. Possiamo provare a farlo senza farci vicendevolmente la caricatura”. Per uno che rimane, altri 40, tuttavia, sono già con un piede fuori dal PD. Roberto Speranza conferma che si va avanti con un nuovo soggetto politico. Già entro la settimana arriveranno i nuovi gruppi parlamentari e, a quel punto, si inizierà a capire il peso reale di una scissione che cambia la faccia del Partito Democratico.


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