M5S, dopo la sconfitta è tutti contro tutti

23 set 2020

Strana parabola per un partito fondato su un non-statuto e cresciuto con una non-associazione che per uno scherzo della storia pare immobile da anni in cui facce, storie e persino correnti restano immutate a tutto. A governi che si spostano da destra a sinistra, una dispersione di voti che altrove avrebbe fatto saltare teste e segretari, almeno sino ad oggi, perché settembre 2020 si porta dietro il risultato storico del taglio dei parlamentari, tra le missioni primigenie di chi si scaldava nei meet-up 15 anni fa, ma un voto regionale che è, per dirla con Di Battista, una sconfitta epocale. I numeri sono impietosi. Quest'anno hanno tracciato la croce sul simbolo grillino in 658000 rispetto alle europee del 2019, più di un milione di elettori li ha abbandonati. Un numero che addirittura si triplica se raffrontato alle politiche del 2018 quando li votarono in più di 4 milioni. Non si sfugge neanche alle percentuali: dal 35,5 al 19,5 sino al 7,2 di oggi. Se è vero che alle elezioni locali il Movimento non ha mai ottenuto grandi risultati, quel 2015, un'era geologica fa, sempre nelle stesse regioni, cinque anni fa portavano a casa il 15,7%, circa un milione e trecentomila voti, il doppio di oggi con tuffi che sono vere cadute verticali. In Campania dal 17,3 a 9,9, in Veneto dal 10,4 al 3,2, in Toscana dal 15,7 al 7. A sé il caso Liguria, dove si è sperimentata l'alleanza con il centrosinistra, Sanza raccoglie quasi il 39 %, ma poi a scegliere il movimento è il 7,8 del elettori, nel 2015 nella sua corsa solitaria prese il 22 %. Risultati che fanno esplodere quel tutti contro tutti che dentro al Movimento si trascina da mesi, con le faccedi chi da sempre è stato emblema di un modo diverso di essere grillino, ancora a fronteggiarsi questa volta con asprezze che sino ad oggi erano rimaste pubblicamente sconosciute. Ci prova Luigi di Maio, ex leader che però ha rivendicato a sè il risultato del referendum e ha detto chiaramente che la partita regionali è stata giocata male da altri. Quel Vito Crimi, con l'improvo peso di essere il capo politico provvisorio da troppi mesi. Di Battista, sempre pronto a dichiararsi fratello di Di Maio lo ha accusato dritto: "una leadership forte l'abbiamo avuta ed è quella che ha dimezzato i voti". Se fratelli erano l'uscita ha il sapore del tentato fratricidio. Mediatore per natura e per carica istituzionale Roberto Fico, che contro quell'incarico di capo politico protestò restando giù dal palco dell'incoronazione, sembra rimettersi in gioco, parla di colpe collettive, di una guerra tra bande da evitarsi e di stati generali. Ecco quelli ci devono essere a breve e l'uscita serve a chiedere un percorso vero, dunque, il Casaleggio figlio non può che essere in ascolto. Niente spot on line per celebrarsi. Secoli fa, era il 2016, il padre e Grillo li mise insieme a Nettuno, su un palco che sapeva di perdono collettivo, non pare che questa volta sarà così semplice, perché ognuno di loro ha, come si dice, truppe più o meno numerosa alle spalle. Il rischio ora è la tentazione della conta.

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