Un po' accordo, un po' base di partenza, ma anche po' tregua. In attesa delle reciproche, prossime mosse, l'intesa tra Eli Schlein e Stefano Bonaccini, che nelle prossime ore verrà designato Presidente dell'Assemblea del Partito Democratico, segna, certo, un passo avanti tra i due, anche se fatto di guardinga cautela perché la Presidenza è un ruolo di garanzia e, negli ambienti vicini alla neo segretaria, si ribadisce come, da adesso in poi, non si potrà più parlare di maggioranza e minoranza di un partito che invece si prefigge una guida unitaria. Nell'ombra però resta anche la volontà del presidente dell'Emilia Romagna di non accettare una funzione più dirigenziale: come la vice segreteria. Scelta che ha un po'anche il sapore dello stiamo a guardare, con i passaggi successivi tutti ancora da definire e il rischio è sempre dietro l'angolo della costruzione di una sorta di diarchia fatta di controcanto. Così tutto è rinviato, ad esempio, sui ruoli dei capigruppo. Con le voci che si rincorrono due nomi vicino Schlein o uno in capo alla Segreteria; al Senato Boccia pare il più papabile e alla Camera una guida più vicina Bonaccini, come Bonafè. Sul fronte della Segreteria, invece, si scommette sul ruolo di Marco Furfaro e di almeno un esponente di Articolo uno. Insomma partite tutt'altro che definite e che lasciano all'orizzonte, per ora, il grande tema delle alleanze. Dove, di certo, si continua a smarcare Carlo Calenda che imputa a Schlein una visione molto ideologica e semplicistica delle cose della vita.























