Sala: "Lo smart-working non può essere la normalità"

14 lug 2020

“È evidente che una parte della città è ferma perché qualcun altro non lavora in presenza. Io, per l'amor del cielo, capisco che c'è una necessità di smart working, però di nuovo non consideriamo la normalità, perché, se dovessimo considerarla normalità, dovremmo ripensare interamente la città e ripensare la città richiede tempi.” “Basta smart working, torniamo al lavoro” aveva detto Beppe Sala a metà di giugno perché l'effetto grotta, per cui siamo a casa e prendiamo lo stipendio, ha i suoi pericoli. Anche i più teneri avevano parlato di uno scivolone. Polemiche. Il Sindaco aveva incassato le critiche. Ora, davanti ai nostri microfoni, trova le parole per spiegarsi. Dietro all'effetto grotta di allora compare un'idea non estranea ai suoi anni da Sindaco, il senso della città. Sala ha capito che il Covid sta inevitabilmente cambiando l'idea di questa Milano, nata negli ultimi 10 anni, tranne che nessuna città, neppure Milano, può cambiare così in fretta. Non solo le infrastrutture fisiche, Sala parla anche di abitudini e di socialità e sono soprattutto le idee ora a rischiare lo shock più traumatico. Il Sindaco ora fa il Sindaco e, a costo di rischiare un nuovo scivolone, torna a parlare anche di differenza fra settore pubblico e privato. Era successo pochi giorni fa. “Sala vuole le gabbie salariali” avevano strillato i social e anche qualche titolo di giornale. In realtà, il Sindaco pensa solo alla sua città e forse a un secondo mandato. “Perché hanno parlato tutti di gabbia salariale, tranne me! Io né ho citato il termine “gabbie salariali”, invece pensavo, anzi, al contrario, a un modo per sgabbiare dalla rigidità attuale. La cosa che per me è difficile accettare è l'accettazione della differenza tra settore privato e settore pubblico, cioè nel settore privato - lo dice lo Svimez, non io - c'è un'enorme differenza retributiva per esempio tra nord e sud, poi senza voler generalizzare. Se parli del pubblico, diventa un taboo.”.

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