Effetto Brexit, chi ci perde di più col divorzio

Non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. Si potrebbe riassumere così la linea intransigente di Bruxelles nelle trattative per l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. In pratica, se Londra vorrà continuare ad avere libero accesso al mercato comune ed evitare di vedere applicare dazi o tariffe ai suoi commerci, dovrà rispettare le regole senza concessioni e, quindi, permettere la circolazione di merci e capitali, così come quella delle persone. Dal Presidente della Commissione europea Jean-Claude Junker alla Cancelliera tedesca Angela Merkel, si tenta di stroncare le ambizioni britanniche di rimanere con un solo piede in Europa, quello degli affari. Ma chi ci perderà di più dal divorzio? Uno studio della Banca d’Inghilterra sostiene che, sul piano commerciale, a rimetterci sarebbe soprattutto il Regno Unito. Le esportazioni britanniche sono per il 44 per cento destinate ai Paesi UE e il commercio fra le due sponde della Manica vale il 60 per cento del prodotto interno lordo di Londra. C’è, però, anche l’altro lato della medaglia. Il Regno Unito è un mercato molto ricco per alcune delle principali economie continentali, la Germania in primis, che vende oltre la Manica ottantasette miliardi di euro delle sue merci, molto di più, quasi il doppio, di quanto Berlino importi. In questo matrimonio con l’Europa che sembra giunto alla fine è rilevante anche il peso degli investimenti. Quelli comunitari valgono quasi la metà di tutti quelli stranieri iniettati nell’economia di Sua Maestà, che a sua volta contribuisce in modo rilevante: al continente Londra dedica la quota più alta dei suoi capitali destinati all’estero. Ci sono poi i servizi finanziari. La City è la più importante piazza per i trader europei. Una brusca rottura con le aziende con base nel Regno Unito, non più libere di vendere servizi in Europa e alle attuali condizioni, causerebbe un’emorragia da oltre quaranta miliardi di euro e la perdita di decine di migliaia di posti di lavoro. Insomma, non è affatto certo che Londra possa alzare troppo la voce nel dettare le condizioni del divorzio, ma nemmeno Bruxelles può permettersi di battere troppo forte i pugni sul tavolo.

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