Alpinismo himalayano, a Sky Tg24 parla il polacco Wielicki

21 ott 2019

“In montagna io posso concentrare all'arrampica. Quando incomincia arrampicata tutto fuori. Famiglia, tutto. Niente, solo”. Piolet d'Or, 2019, forse il massimo riconoscimento internazionale per un alpinista. Krzysztof Wielicki, polacco, ha 69 anni compiuti e di fatto è ancora in attività. Ormai un'autentica leggenda dell'alpinismo himalayano. “Penso che sono nato in giusto tempo. Abbiamo pensato a scrivere la storia. Per noi era una possibilità realizzare i suoi sogni. Allora tutti scappati in montagna, specialmente Himalaya”. Una carriera fatta di salite uniche, che hanno cambiato la storia dell'alpinismo, a partire dalla prima ascensione invernale all'Everest. Era il 1980 e nessuno fino ad allora aveva scalato un ottomila con la brutta stagione. Nel '96 la sua ascensione solitaria al Nanga Parbat, il suo quattordicesimo ottomila, noto come la montagna assassina, diventa un'altra svolta nell'esplorazione himalayana. “Quarto giorno ho scalato la vetta; ero completamente solo. Prima volta nella mia vita ho avuto paura, che forse devo avere una prova, sai? Ho visto un piccolo chiodo, e chiodo era con scrittura, come remember, Austria 76”. Un'altra spedizione? “Sì, in Mountain Graz. In tasca. Allora Film Festival Trento organizza una conferenza di storia di alpinismo, ho preso questo chiodo, parlo e in un momento sta... un amico dice “è il mio chiodo”. Lui l'ha lasciato”. Era l'alpinista che l'aveva lasciato. “Sì, lasciato”. Qual è la più grande emozione della sua carriera alpinistica? “Penso che anche il Lhotse in solo nell'inverno. La mia schiena era rotta. Ho avuto accidente in altre montagne. Ho avuto un busto, sai, per scalare”. E nonostante questo ha fatto la prima solitaria invernale al Lhotse. “Lhotse, sì”. Qualcosa come la terza montagna della terra. “Quarta, sì”. Quarta. “Ma in questa discesa di Lhotse ho avuto paura un po' che non sono capace a scendere. Per scalare su tutto bene, ma per scendere pensavo che...” Qual è la più grande vittoria della tua carriera alpinistica? “Che sono vivo. Quasi tutti alpinisti non pensano che possono perdere la vita nella montagna. Tutti credono che sono capaci di sorpassare tutto. Con passione si muore. Non si può cambiare la passione”. E quanto conta la paura? “Quanto conta la paura? Non si sa. Bisogna avere un po' paura, sì, perché se non hai paura puoi fare non giuste decisioni”. Cosa si pensa quando sei in cima? “Quando sono in cima penso a scendere giù subito. Non c'è molto romantico, non c'è molto... la gente ti chiede cosa hai visto là, la montagna. Tutti pensano giù, perché, sai, bisognava tornare al campo base”. Quali sono i tuoi progetti? “I miei progetti? Dobbiamo finire la esplorazione invernale. Fermato solo una vetta, K2. Ho provato tre volte nell'inverno”. Beh, non è male riprovarci adesso, a 70 anni quasi. “No, sto bene. Penso che, sai, alpinismo non è qui. Alpinismo è qui”.

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