La mattina del 20 febbraio 2020 è stata l'ultima in cui l'Italia, ma in realtà tutto il mondo occidentale, si è svegliata pensando al Covid come ad una malattia lontana. Confinata a Whuan, alla Cina, ai due turisti ricoverati allo Spallanzani di Roma ma mai come ad un virus che circolava indisturbato da settimane e riempiva le sale di attesa degli ospedali, dei reparti, delle RSA, ma anche dei circoli e delle bocciofile della Valle Seriana, della Bergamasca di tutti quei luoghi dove ci si riuniva in un inverno, quello del 2020, particolarmente piovoso. In realtà il virus era tra noi già da tempo ma quando all'ospedale di Codogno Mattia Maestri si aggrava e i medici decidono di fargli un tampone per il SARS-CoV-2 nessuno poteva immaginare che quel paziente uno in realtà era solo uno di tanti. E così mentre quel ragazzone forte e sportivo veniva ricoverato in terapia intensiva e gli occhi dell'Europa e del mondo accendeva un faro su Codogno, che sembrava l'inizio e la fine di tutto, iniziava la conta dei casi, 14 nelle prime ore, e delle vittime accertate. Il primo, Adriano Trevisan di 78 anni a Vo' Euganeo. Da quel giorno il bilancio della pandemia è stato aggiornato quotidianamente. Le zone rosse prima, poi le mascherine, i gel, il distanziamento hanno provato ad arginare la diffusione mentre le varianti hanno modificato l'andamento e le curve e generato ondate difficili da contenere. Le bare di Bergamo e il lockdown con le lenzuola ai balconi, il Papa in una Piazza San Pietro deserta, medici ed infermieri eroi stremati. Andrà tutto bene ci ripetevamo fino al 27 dicembre 2020, il VDay, il vaccino tanto atteso che ha invertito la rotta e riscritto la pandemia senza dimenticare, mai, le vittime: 188mila in tre anni.























