Nicolò è ancora in sedia a rotelle, guarda il papà per un attimo dall'altra parte dell'aula, distoglie lo sguardo. Non lo vedeva da quella notte, tra il 3 e il 4 maggio scorso a Samarate, nel varesotto, quando il padre Alessandro Maja, 58 anni, architetto e designer, lo aggredì con un cacciavite dopo aver ucciso a martellate nel sonno la moglie Stefania e la figlia Giulia. "Penso sempre a mia mamma e a mia sorella", dice Nicolò che assiste all'udienza del processo per omicidio in corso a Busto Arsizio in provincia di Varese, a carico del padre. "Mi danno la spinta per andare avanti, per questo ho indossato la maglietta con le loro foto". "L'ho guardato però non so se lui mi ha visto, e che non avendo gli occhiali, forse fa fatica a vedere". Il giovane, che oggi ha 25 anni, è visibilmente provato dagli interventi subiti negli ultimi nove mesi e dal faticoso incontro in aula, l'udienza è un passaggio tecnico del processo, per l'affidamento dell'incarico a un perito che dovrà verificare se l'imputato fosse capace di intendere e di volere al momento dei fatti. Dopo l'aggressione del padre, Nicolò fu ricoverato in condizioni disperate all'ospedale di Varese, traumi estesi al capo, la vita appesa a un filo e il coma indotto dai farmaci fino al risveglio, un mese più tardi. "Non è stato facilissimo guardarlo", dice ora, riferito al padre, "Forse la prossima volta gli parlerò, voglio chiedergli perché ci ha rovinato la vita".























