Coranavirus, allerta per posti di terapia intensiva

02 mar 2020

Ci sono due fronti caldi per la sanità italiana in questo momento di emergenza da coronavirus. Il primo è quello dei posti di terapia intensiva, cioè quei reparti attrezzati per i casi più gravi; il secondo è quello del numero di personale, cioè infermiere, e soprattutto medici. In Italia per dare assistenza ai pazienti in situazioni critiche ci sono poco più di 5.000 posti e di questi 900 sono in Lombardia, 700 in Veneto e 400 in Emilia Romagna. L'alto numero di contagi sta mettendo in difficoltà soprattutto la Lombardia, tanto che la società degli anestesisti e rianimatori ospedalieri, fa sapere che sono rimasti pochi posti di rianimazione per curare i contagiati da coronavirus. Il motivo è che in terapia intensiva sono ricordata anche e soprattutto persone con altre patologie. Fino a quando questi non migliorano, non si possono recuperare letti. Ecco perché si stanno percorrendo diverse strade. Da un lato si chiede aiuto alle strutture private lombarde dove ci sarebbero circa 140 posti di terapia intensiva; dall'altro, dotando altri spazi ospedalieri di macchinari per assistere chi ha problemi respiratori. Altra difficoltà è rappresentata dalla carenza di personale sanitario. La mancanza di medici è un problema cronico da anni e quindi preesistente a quello del coronavirus. Precedente all'epidemia è anche la decisione di permettere ai medici di restare al lavoro fino a 70 anni e agli specializzandi di entrare in corsia già dal terzo anno. Si tratta comunque solo di una toppa, perché più della metà dei camici bianchi ha superato i 55 anni. 45.000 di loro andranno in pensione nei prossimi 5 anni. 80.000 nei prossimi 10. Un buco incolmabile perché l'imbuto delle scuole di specializzazione non permette il ricambio, senza contare che ogni anno 1.500 dottori vanno all'estero attirati da stipendi e condizioni di lavoro migliori, mentre un numero ancora maggiore, sceglie le strutture private.

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