Petrolio, l'impatto delle tensioni in Medio Oriente

03 gen 2020

Che si tratti di rivolte interne, di attacchi esterni o di conflitti con altri paesi dell'area. Le tensioni in medio Oriente hanno sempre conseguenze inevitabili sui prezzi del greggio. Gli ultimi eventi con l'attacco USA in Iraq in cui è stato ucciso il Generale iraniano, Soleimani, non fanno eccezione. In Medioriente, infatti, si trovano le maggiori riserve accertate di greggio. Un bene di cui il mondo è avido, ma che è destinato prima o poi a finire. Iraq e Iran, in particolare, detengono, insieme, un quarto delle riserve di oro nero dei Paesi Opec che sono rispettivamente il sesto e il settimo paese produttore al mondo. Ma il Medioriente non è l'unica area di instabilità. Basti pensare alla guerra civile in Libia, altro importante Paese petrolifero. E alle possibili conseguenze di un intervento della Turchia. I Paesi che dipendono fortemente dall'estero per il greggio sono quelli che rischiano un impatto maggiore da queste tensioni, in termini di prezzo più che di forniture. L'Europa, in generale, e l'Italia in particolare, da questo punto di vista sono particolarmente esposte. Il nostro Paese importa oltre il 90% del petrolio di cui ha bisogno. E nonostante nell'ultimo anno siano aumentate moltissimo le importazioni dai paesi dell'ex Unione Sovietica, Russia in testa, tanto da arrivare a coprire il 37% del nostro fabbisogno. Il 30% del greggio che importiamo continua ad arrivare dal Medioriente e il nostro primo fornitore è proprio l'Iraq.

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