I migranti raccontano maltrattamenti al confine con Polonia

11 nov 2021

"La cosa più spaventosa è vedere i bambini. I bambini che gelano al freddo. È come se qualcuno ti accoltellasse il cuore più volte, è una cosa che ti uccide dentro". Non vuole essere identificato, si fa chiamare con un nome di fantasia. Ha passato 10 giorni nei boschi tra Bielorussia e Polonia con una moglie incinta e due bambini, nel tentativo di raggiungere l'Europa. "Una volta arrivato in Polonia le guardie polacche mi hanno preso a bastonate. Sono riuscito, continua, ad arrivare qui in questo centro di accoglienza perché mia moglie è incinta. Una volta in Polonia si è sentita male e sono stati costretti a ricoverarla. Ho visto con i miei occhi i soldati polacchi con lo spray al peperoncino. Lo spruzzavano verso tutti, verso i bambini che potete immaginare come urlavano". Intorno a noi i bambini che sono riusciti ad arrivare sotto questo tetto di una ONG polacca ritrovano un po' di calore e di svago, tornano a sorridere e a giocare. A pochi chilometri il freddo clima umido dell'Europa centro-orientale. Boschi che gelano. E, chissà dove, altri che provano ad entrare in Europa spinti dai soldati bielorussi. Sono questi i boschi al confine tra la Polonia e la Bielorussia dove i migranti cercano riparo. Particolarmente umidi la mattina e gelati, sottozero la notte. Nonostante la vegetazione che, vedete, è piuttosto fitta e il bosco che è particolarmente esteso - si parla di centinaia di chilometri di confine e di boscaglia - tutti i gruppi di migranti per ora che hanno provato ad attraversare il confine sono stati trovati dalle guardie e dalla sicurezza polacca. Nella vicina Bialystok troviamo anche Saerzik. Scappa dalla Siria, da Homs. Respinto e picchiato dai polacchi è tornato in Bielorussia. "I soldati di Minsk mi hanno portato vicino al confine lituano. L'ho attraversato. Arrivato lì ho trovato delle bestie: i soldati lituani. Mi hanno immobilizzato e preso a bastonate. Ho 4 costole rotte. Poi mi hanno torturato con delle scosse elettriche, mi hanno rubato 800 euro, preso il telefonino e rispedito in Bielorussia". C'è chi ci mostra i segni delle percosse, chi ha paura di parlare, chi si appella al cuore dell'Europa. Un cuore, che secondo quanto abbiamo ascoltato, chi appoggia di fatto le azioni dei soldati a guardia delle nostre frontiere, dovrebbe forse ricordare di avere.

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