Sanzioni Ue e Usa contro Cina, Russia e Myanmar

22 mar 2021

Prima erano generalizzate rischiavano di affamare interi popoli, via via si sono affinate sono diventate sempre più specifiche, ma resta la domanda: sono realmente efficaci? Sono giorni di sanzioni sullo scacchiere geopolitico internazionale. I ministri degli Esteri dell'unione, riuniti in queste ore, non stanno risparmiando nessuno. Punito il capo della giunta militare del Myanmar e altre 10 persone responsabili del colpo di stato che ha insanguinato il Paese. Poi è stata la volta della Cina, divieto di viaggiare in Europa, il congelamento dei beni per 4 ufficiali cinesi e una compagnia di costruzioni per la persecuzione portata, avanti nello Xin Yang contro la minoranza musulmana degli Uguri. È la prima volta il 1989, dai tempi di Tienanmen che Bruxelles colpisce così duramente Pechino. Sanzioni a cui si sono già Uniti gli Stati Uniti, sanzioni a cui la Cina ha risposto opponendo a sua volta 10 personalità europee e 4 entità fra cui organismi di controllo del Consiglio europeo del Parlamento europeo. Non poteva mancare la Russia contro cui l'Unione europea ha preso provvedimenti per gli abusi in Cecenia, mentre a Washington si mettano a punto i dettagli di nuove sanzioni per i tentativi di Mosca di influenzare le elezioni. Tutto questo accade durante il viaggio diplomatico in Cina del ministro degli esteri russo Sergei Lavrov, da dove ha definito le sanzioni inutili e ha lanciato un appello a Pechino per unirsi e arginare insieme il predominio occidentale, riducendo la dipendenza dal dollaro minacciando di uscire dai sistemi internazionale di pagamenti. D'altronde si sa, il nemico del mio nemico è mio amico, e Putin e Xii Jinping, quando si tratta di sanzioni si trovano in genere più subire che ad agire, possa alzare la loro voce anche perché lo strumento stesso delle sanzioni presanta ancora molti limiti, da un mancato monitoraggio comune con meccanismi di controllo automatico in Europa, fino alla timidezza degli americani accusati anche sotto Baden di usare toni forti, ma una mano debole, come insegna la vicenda di Jamal Khashoggi, che ha visto uscire indenne dalla rappresaglia americana. Il principe, Mohammad bin Salman.

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