Libia, il possibile assetto militare italiano

Saranno gli accordi politici a definire il dispositivo militare italiano da schierare in acque libiche, accordi da sottoporre al Parlamento che devono stabilire regole d’ingaggio precise. Al momento, dunque, al Ministero della difesa si valuta un impegno che potrebbe concretizzarsi in cinque o sei unità navali che impiegherebbero tra i 500 e i 1.000 militari da inviare a supporto della Guardia costiera libica. Un’entità che, sotto il Premier del Governo in accordo nazionale Faye al Serraj, risponde a due diversi ministeri, Interni e Difesa. Militari, questi, che l’Italia ha già formato attraverso la Guardia di finanza che dopo un periodo di addestramento ha consegnato otto unità navali, mentre un’imbarcazione delle Fiamme gialle è in missione a Tripoli. In Mediterraneo sono già schierati mezzi della missione EUNAVFOR MED, stabilita dal Consiglio europeo ma a guida italiana, che ha schierato un dispositivo aeronavale di circa 600 militari. Scopo della missione è il contrasto ai trafficanti di esseri umani, al fine di evitare altre tragedie del mare. Ma nessuna sinergia ci sarà tra questa missione e quella che si ipotizza in acque libiche. Poi c’è l’assetto di Mare Sicuro con la Marina militare italiana che, a seguito dell’aggravarsi della minaccia terroristica, ha potenziato il dispositivo aeronavale dispiegato nell’area. All’operazione partecipano fino a cinque navi e fino a due sommergibili e sono impiegati circa 900 militari. Da qui, anche se quella libica sarebbe un’operazione internazionale, si potrebbero attingere mezzi e uomini da riposizionare nelle acque territoriali di Tripoli, navi che dovranno, sì, fermare le imbarcazioni dei migranti prima che queste arrivino in acque internazionali, ma senza operare respingimenti occupandosi dell’eventuale salvataggio di persone in pericolo e del loro trasferimento sulle coste libiche, dove però le condizioni dei centri di detenzione destinati ai migranti sono considerate spesso disumane. Da qui l’opera di coinvolgimento dell’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni unite, al quale il Governo italiano vuole che siano date funzioni di controllo, una condizione che dovrebbe essere prioritaria rispetto a qualsiasi regola d’ingaggio.


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