I 15 mesi di detenzione di Zaki nel silenzio dell'Egitto

07 mag 2021

15 mesi di carcere con un'accusa, quella di sedizione, che in sostanza nasconde solo la persecuzione del regime del Cairo, contro chiunque consideri scomodo. Patrick Zaki, lo studente egiziano dell'Università di Bologna, arrestato il 7 febbraio 2020, sono 15 mesi che viene ricordato dall'Italia e dalle organizzazioni umanitarie, per chiederne la scarcerazione e dai tribunali del Cairo, per prolungargli invece, inesorabilmente, la sua detenzione, di 45 giorni in 45 giorni, ad ogni udienza. L'iniziativa più recente in suo sostegno, arriva dalla sede del PD, dove il Segretario Enrico Letta, ha inaugurato l'opera "Il ritratto di parole", quelle tradotte in 16 lingue, della lettera spedita al carcere di Tora, per chiederne la liberazione e che insieme compongono su una tela, il volto di Patrick. Per lui, a metà aprile, il Senato ha votato a larga maggioranza una mozione per concedergli la cittadinanza italiana onoraria, un atto che il Governo ha osservato con distacco, suscitando critiche e proteste. La linea dell'esecutivo è però stata ripresa in queste ore, dal Ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che ha affermato come la pressione mediatica sul caso Zaki, porti ad un irrigidimento dell'Egitto, ammonendo come non ci si possa illudere che le legittime campagne di solidarietà, portino a risultati positivi con Paesi repressivi. Affermazioni alle quali risponde Amnesty International: se non fosse stato per la mobilitazione della società civile e per il sostegno dei mezzi di informazione in questi 15 mesi, la drammatica situazione di Patrick Zaki, avrebbe rischiato di finire dimenticata, ha spiegato il portavoce dell'Organizzazione, Riccardo Noury, aggiungendo: come il silenzio sia proprio ciò che aiuta i Governi repressivi a proseguire sulla via del disprezzo dei diritti umani. Come insegna il caso Zaki e come ha dimostrato quello di Giulio Regeni.

pubblicità
pubblicità