E poi il 07 ottobre, quella mattina in cui si è consumato il massacro di oltre 1200 persone per mano di Hamas, si è sciolto tutto all'improvviso, come in un riflesso condizionato, Israele si è stretta e ha fatto muro attorno a Benjamin Netanyahu. Prima però sembrava che la parabola del premier più politicamente longevo della storia dello stato ebraico, in carica da circa 20 anni, fosse ormai giunta al termine. Nel 2023 erano centinaia di migliaia le persone scese in piazza per spingerlo ad abbandonare l'incarico. A scatenare la rabbia fu allora la proposta, poi versalmente trasformata in legge di modifica del sistema giudiziario. Per la piazza un modo per mettere un bavaglio alla Corte Suprema e per limitare il potere di inchiesta e metterlo sotto il controllo del governo. Tutto sembrava pendere verso una sorta di processo di piazza in quell'inverno del 23. Dalla libertaria progressista a Tel Aviv fino alla più conservatrice Gerusalemme, l'onda di proteste aveva contagiato settori sempre più ampi della società, per arrivare fino agli stessi membri del Likud del partito di Bibi. Poi, appunto, quando la parabola aveva raggiunto il picco più basso, la strage di Hamas. Non che il dissenso si fosse mutato in sostegno incondizionato, fin quasi dall'inizio della guerra i parenti degli ostaggi criticano la gestione della crisi troppo rigore, troppo cinismo, troppa intransigenza, ma il tutto era attenuato dal sentimento dominante di solidarietà e unione nazionale. Ed ecco poi che dopo quasi due anni di offensiva e l'interruzione delle trattative, la rabbia è riesplosa. Ma sarebbe ingiusto attribuire le proteste solo alla gestione della crisi degli ostaggi. Nel corso del tempo la frustrazione si è rivolta su vari aspetti dell'esecutivo Netanyahu, all'interno del quale hanno preso sempre più piede politici ultra conservatori, che molti definiscono addirittura messianici. Ed è proprio per questa alleanza che il governo ha esteso l'esenzione dal militare per gli ultra ortodossi. L'ultimo capitolo del dissenso anti Netanyahu si è aperto quando il governo israeliano ha votato all'unanimità la sfiducia della popolare procuratrice generale Gali Baharav-Miara avviando il processo formale, di licenziamento. È lei che avrebbe dovuto vigilare sul processo per corruzione contro il premier. Tutto questo insieme al licenziamento di Ronen Bar, capo del servizio di sicurezza interno, lo Shin Bet che ha reso la rabbia davvero inarrestabile. .