Lo sanno i magistrati che lo sciopero è uno strumento straordinario. Pure quelli di Magistratura Democratica, corrente la più distante dalle idee di chi oggi governa l'Italia, lo riconoscono. Su "Questione giustizia", il sito che gestiscono, lo scrivono pure: per giudici e PM lo sciopero è un mezzo estremo, al quale si è fatto ricorso solo in momenti eccezionali. E questo lo è, secondo loro, perché la riforma già approvata dalla Camera mette a rischio i valori costituzionali, tra cui quello dell'indipendenza della magistratura. Che il Presidente della Repubblica, poche ore fa, ha definito irrinunciabile. Chi è favorevole alle tesi dei magistrati compone il facile sillogismo: l'indipendenza è valore costituzionale, l'indipendenza è irrinunciabile, lo sciopero è irrinunciabile. E lo facciamo, sempre noi magistrati, sventolando nell'aria la Costituzione. Il Governo giura e spergiura, e non da oggi, che la riforma non ha per scopo, nemmeno lontano e indesiderato, quello di sottomettere l'attività giudiziaria, specie quella di inchiesta, al potere politico e, in ultima analisi, al Governo. E quindi ritiene lo sciopero del tutto ingiustificato, perché manca l'oggetto della protesta. Queste sono le opinioni contrapposte in campo. La realtà inoppugnabile, anzi le realtà inoppugnabili sono almeno un paio: che il servizio Giustizia in Italia funziona male da anni e questo rende piuttosto impopolari le rivendicazioni dei magistrati e loro stessi. E che da trent'anni il rapporto tra politica e magistratura è teso al punto tale che le parti mettono reciprocamente in discussione che l'altra rispetti la separazione dei poteri, che certo non è valore costituzionale di rango minore rispetto all'indipendenza della magistratura. Di qui la puntualità del secondo richiamo di Mattarella, quello alla serenità del rapporto tra istituzioni. La recente elezione di un moderato non di sinistra a capo del sindacato delle toghe è già di per sé un elemento di distensione. Nessuno può evocare un pregiudizio politico. Il nuovo presidente Parodi si è detto però subito favorevole allo sciopero e contrario alla separazione delle carriere. Il Governo fa sapere di essere disponibile al dialogo. Il 5 marzo le parti si incontreranno, ma l'impressione è che il dialogo si possa chiudere subito se, come appare molto probabile, l'Esecutivo non avrà alcuna intenzione di rivedere la pietra angolare della riforma, e cioè proprio la separazione delle carriere. .