L'impatto della pandemia sul lavoro

02 feb 2021

Una contrazione del Pil vicino al 9% e un'emorragia di centinaia di migliaia di posti di lavoro, nelle ultime 48 ore l'Istat ha fotografato l'impatto della pandemia sull'economia del Paese e i dati sull'occupazione sono drammatici quanto quelli legati alla recessione. Nel 2020 tra lock down, chiusura e restrizione alle attività produttive e commerciali e dei servizi sono andati persi ben 444000 posti di lavoro, da febbraio, mese di inizio dell'emergenza sanitaria, ne sono stati cancellati 426000. Più colpite sono state le fasce deboli e meno protette, a cominciare dalle donne, in 12 mesi mentre l'occupazione femminile è calata del 3,2% quella maschile si è contratta dell'1, di quei 444000 occupati in meno circa 3 su 4 erano lavoratrici. E nel mese di dicembre le proporzioni sono impressionanti, meno 101mila posti complessivi rispetto al mese precedente, 99000 donne, 2000 uomini. Ma al di là della differenza di genere sono i precari a pagare il conto più salato, 393000 lavoratori a termine non hanno avuto il rinnovo del contratto, poi ci sono autonomi, partite IVA e professionisti, a cessare sono stati 209 mila. Tempi duri anche per i giovani, con il tasso di disoccupazione 15, 24 anni, risalito a sfiorare il 30%, peggio di noi solo Spagna e Grecia. Situazione opposta invece per i lavoratori over 50, generalmente più garantiti da contratti stabili e dalla cassa integrazione Covid, nel 2020 sono aumentati di 197000 unità, per ora ancora protetti dal blocco dei licenziamenti. Anche per questo i senza lavoro sono diminuiti di 222000 sull'anno precedente, considerando i tanti scoraggiati che un impiego non lo cercano neanche più. Ma questo scudo non potrà durare all'infinito e salvo ulteriori proroghe, più o meno selettive, quando il 31 marzo verrà abbassato gli scenari per il mondo del lavoro potrebbero diventare da vero e proprio allarme sociale.

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